Lettera a Nicola Ghezzani

Nota

di Nicola Ghezzani

La promozione delle idee circola secondo canali standardizzati: televisione, circuiti del potere politico e mediatico, editoria, pubblicità a mezzo denaro ecc. Questo stato di cose fa sì che la notorietà o il credito che possiamo raggiungere sia perlopiù vincolato da ferree condizioni limitanti: andiamo in televisione? Abbiamo fatto gavetta in un partito politico? Siamo presenze televisive o professori universitari o siamo docenti di una scuola di psicoterapia, tal che possiamo far gola a una grossa casa editrice? Abbiamo molti soldi da spendere in pubblicità? Se non possediamo nessuna di queste caratteristiche, la speranza che le nostre idee vengano conosciute è pericolosamente vicina allo zero.

Non di meno, la resistenza del “basso” nei confronti dell’“alto”, dei comuni cittadini — che sono anche i consumatori — rispetto ai vari potentati esercita una pressione costante e imprevedibile. Mi accade, per fortuna non di rado, di ricevere lettere che contengono attestazioni di stima per il mio lavoro. Qualcuno ha letto un mio sito o un mio libro e vi ha trovato materia di riflessione, talvolta effettiva utilità. E mi scrive per ringraziarmi. Questa gratitudine, per quanto io possa sentirla meritata, è sempre sorprendente — dato il contesto in cui operiamo — e, sotto certi aspetti, più meritevole di ammirazione del mio stesso lavoro. E’ segno che l’intelligenza critica e analitica lavora sempre, anche nelle condizioni più proibitive.

La mail che pubblico è una testimonianza che va in questa direzione.

Un grazie, dunque, ad Antonio.

Testo della lettera

di Antonio Voce

Caro dr. Ghezzani, il piacere di poter dialogare con Lei mi ha fatto riflettere tanto, in questi giorni. Vorrei discutere di tanti argomenti (fra cui vicende personali) e mi rendo conto che per una mail avrebbero dimensioni sproporzionate. Confido, pertanto, nella sua disponibilità per poterlo fare in occasioni successive.

Nella sua mail di risposta mi chiedeva quali dei suoi libri ho letto. Ebbene: li sto leggendo e rileggendo tutti (alcuni disordinatamente, centellinando le righe per prolungarne il piacere). Le ribadisco che Lei è la figura di intellettuale umanista da me privilegiato. Non so esprimerLe pienamente la grandissima affettuosa ammirazione che provo verso di Lei. Mi ritrovo perplesso nel pensare che questa opinione e questo sentimento possano appartenere, probabilmente, soltanto ad “un manipolo di volti perduti”. Mi sento di poter dire che due dei suoi libri, sebbene letti in un periodo e con un approccio acerbi, hanno agito dentro di me da coordinate e anticorpi culturali, senza i quali la mia vita avrebbe preso un altro corso (sicuramente più sterile culturalmente e più drammatico sul piano psicologico). Mi riferisco ad Autoterapia, da cui ho desunto l'importanza di acquisire/utilizzare e fidarsi dei propri strumenti auto-analitici/terapici, e Crescere in un mondo malato, di cui lessi i primi capitoli in un torrido pomeriggio di qualche estate fa: fu il libro che mi fece coscientizzare il rischio di porsi al mondo senza un forte filtro critico; di esporsi alle storture alienanti, alle mistificazioni; di essre costituiti con pezzi di ideologie che possono andare in conflitto fra loro e con le nostre inclinazioni più profonde.

Ero un vorace lettore di letteratura psicologica (ho una biblioteca sterminata che ho appena messo in soffitta), ma non ho mai trovato una prospettiva analitica così estesa, diramata, profonda come nei suoi libri, incentrata su fondamenti concettuali che io trovo inconfutabili.

In nessun autore ho trovato “documenti auto-biografici” inerenti esperienze/momenti “critici” tesaurizzati come paradigmi esistenziali per illuminare e ridefinire la coscienza. I casi clinici che Lei riporta nei libri risultano, pur nella loro essenzialità, storie umane coinvolgenti e quadri di sviluppi psicodinamici inappuntabili.

Le figure che riportano gli “altri suoi colleghi scrittori” sembrano prototipi artificiosi di cavie strumentalmente descritte per avallare tesi tendenziose. Sono “rappresentate” con profili così mediocri da sembrare una quota malriuscita della società. A volte, per risaltarne l'effetto paradossale, evidenziano il “contrasto/divario” fra i loro problemi intimi e lo status (sociale-professionale-economico) prestigioso.

Le trovo concezioni moralmente meschine: omettono di coltivare/stimolare l'originalità umana, le potenzialità culturali. Sono incapaci di ripensare (nel processo di ristrutturazione) il soggetto in un ruolo di “resistenza-opposizione-correzione” verso lo status quo.

Nei suoi libri mi capitano “sussulti empatici” che si incidono nella memoria per sempre. Alcune vicende sono ancora immagini nitide: l'episodio claustrofobico e le ideazioni suicidarie (mi sembra a Brindisi, in “Autoterapia”); il suicidio dettagliato dell'editore con i baffi (lo vedo entusiasta mentre discute e sorseggia il vino, dissimulando il suo “conflitto”… lo vedo lucido e imperterrito mentre realizza il suo tragico piano finale…): per qualche attimo ero invaso contemporaneamente dalla pietà per il personaggio e dallo smarrimento che provavo, immedesimandomi in Lei, nell'apprendere la notizia (ho vissuto momenti simili a questi suoi episodi biografici). L'impatto che produce quella storia non è dovuto tanto alla “scena forte” del brutto epilogo, quanto alle immagini vivide snocciolate precedentemente.

Anche la storia di Gabriella in Volersi male mi colpì, mi fece interrompere la lettura: riflettevo su quelle “disposizioni psicologiche” che conducevano quella drammatica figura di ragazza verso un esito scontato… ero triste… compensavo il dolore fantasticando… mi immaginavo di incontrarla, conoscerla, consigliarla… di aiutarla a cambiare idee", a cambiare condizioni, a cambiare vita. Nelle fantasie dovevo salvarla perché non tolleravo il pensiero che quel difetto psichico'' così oscuro, insidioso impostasse la vita di quella ragazza come un disegno che non concedeva deroghe. Ho acquistato, ma non ho ancora letto La logica dell'ansia e Quando l'amore è una schiavitù. Il primo l'avrei acquistato anche soltanto per il “quadro” della copertina. Il secondo l'avevo momentaneamente tralasciato perché supponevo che fosse rivolto essenzialmente ad un pubblico femminile. Uscire dal panico, una volta pensavo che non l'avrei mai letto, mi sembrava che fosse specifico per un disturbo. Qualche caso clinico l'ho saltato, comunque l'ho trovato bello e interessante nelle considerazioni teoriche e soprattutto l'ultimo capitolo sulla “rete”. (noto adesso che la copertina sembra un francobollo che raffigura un dettaglio de “L'urlo”).

Per quanto riguarda Passioni psicotiche vorrei sapere come fare per averlo. Una volta sono arrivato sotto casa sua. da Furio Camillo avevo la linea 671 con una fermata Colombo-Navigatori (mi sembra). Pensavo che in via Gemelli Careri ci fosse la sede dell'AMA, invece c'è la sua abitazione, suppongo. Sul citofono lessi Ghezzani —- Cellini… avrei voluto suonare e conoscerLa e magari averne una copia. Purtroppo incominciai a sentire la tachicardia e non ebbi più il coraggio di suonare. Poi però, all'angolo fra via Omboni e Largo Loria (mi sembra) c'era una bancarella di libri vecchi e ho acquistato un bel libro sul paesaggio urbano e naturale (lo considero un bel ricordo).

Piccole apocalissi laiche e A viso aperto mi sono arrivati ieri pomeriggio. Li ho ordinati su BOL.IT dove era reperibile anche “La politica del super-io” di Anepeta (ho ricevuto una copia omaggio con dedica alla direttrice -???-). Con “Piccole apocalissi laiche” dovrebbe essere il mio ritorno serio alla narrativa, dopo circa 15 anni. L'ultimo serio è stato Gente di Dublino. Pensai: «questo è il più grande scrittore», ma non lo finii; dopo, affascinato dal cinema noir, lessi solo qualche autore classico hard-boiled, a scopo evasivo. Il suo libro, pertanto, sarà “responsabile” del mio futuro rapporto con la narrativa. Di “A viso aperto” era annunciata la pubblicazione da luglio. L'ho chiesto alle librerie ogni settimana. Ho già assaporato qualche pagina e Le dico che in questo momento lo considero il libro più importante della mia vita.

Si riguardi bene, dr. Ghezzani… È troppo prezioso e… non ne abbiamo altri dello stesso valore, come lei.

Cordiali saluti
Antonio Voce

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