Nicola Ghezzani - “Volersi male”

di Paola Senesi

Sarà un caso, ma il giorno in cui ho letto Volersi male ero a letto malata e, per la prima volta in dieci anni di lavoro, non mi sono sentita in colpa. Il giorno dopo una paziente anoressica che stava raggiungendo buoni livelli di insight mi ha comunicato: «Io sono cattiva con me stessa, io mi voglio male!». Abbiamo fatto qualche riflessione, poi, la seduta si è conclusa ed io avrei voluto consigliarle di leggere il libro, ma non l'ho fatto; prima di andarsene la paziente mi ha chiesto: «Non avrebbe qualche lettura da consigliarmi a questo proposito?».

C'è in queste pagine, un elemento “sorgivo” che esorta al diritto di esistere. Ma c'è di più: l'autore ci dice anche come esercitare questo diritto e cioè passando attraverso territori condivisi da altre esistenze. Si diventa “io” nascendo da un “noi” e si resta “io” se si riesce a rimanere anche un “noi”. Essendo una gemella ho pensato e vissuto a lungo come un “noi”, tuttora mi capita di farlo o che siano gli altri a chiamarmi con il nome di mia sorella o a rivolgersi a me dicendo: “voi”. Forse non c'è mai stata una netta linea di demarcazione, ma piuttosto una necessaria oscillazione tra la propria consapevolezza di individuo e la necessità di appartenere.

Nessuno può vivere da solo. L'esperienza dell'io riflessivo e dell'immaginazione riflessiva rappresentano le fondamenta stesse della nostra possibilità di esistere, anche nella solitudine estrema e nella sofferenza, preservandoci in vita finché non si riesca a trovare una condizione più favorevole di appartenenza.

C'è un profondo umanesimo in queste pagine, che non accetta di pagare tributi all'istinto di morte, ed un profondo senso laico della nostra psiche, che giustamente non si identifica con l'anima. Contestualizzare la nostra esistenza psicologica individuale, significa far vivere la storia in ognuno di noi.

La critica al “grande padre” Freud, può apparire un tentativo rischioso di inoltrarsi in un territorio che espone a facili attacchi, ma quale potere le conferisce un atto molto semplice: inserire il “grande padre” nel panorama ebraico cui è appartenuto. Eppure nessuno lo aveva mai fatto finora con tanta lucidità e fino in fondo. Certo, l'istinto di morte può spiegare molte cose, non ultima e piuttosto banale l'instancabile fantasia dell'uomo nel costruire “oggetti di distruzione”, in grado di cancellare rapidamente il loro stesso creatore, con tutto il suo contesto. Ma qualcuno doveva provare ad opporsi a questo inganno e, a costo di apparire ingenuo, ricordare a tutti che tutto ciò non è altro che una “perversione” e non una “seconda divinità”, altrimenti chi si sentirà preda della distruttività e dell'odio continuerà ad arrendervisi irrimediabilmente con la complicità del suo terapeuta. Quale fiducia, invece, emana da queste pagine che si aprono con l'immagine di una creatura contrita, che si preme, mortificata, la mano sulla bocca e si chiudono con l'estasi del bambino che scopre il suo corpo ed il suo ambiente.

Quindi c'è ancora qualcosa che si incontra in queste pagine ed è la generosità che parla il linguaggio limpido di chi vuole divulgare il suo messaggio e non esibire complicate ed oscure congetture che non sarebbero d'aiuto a nessuno. E qui stanno l'originalità ed il coraggio del libro: del terapeuta che parla di masochismo morale rinnegando l'istinto di morte e non tradisce il suo paziente.

A questo proposito e rispetto all'autenticità, penso che non ci sia mezzo migliore per comunicarla, che il proprio esempio e l'autore c'è riuscito. È percepibile ovunque un entusiasmo caldo ed affettivo: è chiaro come egli non abbia scritto il libro per sé ma per “noi”.

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