Lettera a Nicola Ghezzani

Recensione di Crescere in un mondo malato

di Paola Senesi

Credo che una delle cose più belle che ci possano augurare sia: “Abbi cura di te”, perché comunica efficacemente tutto il rispetto e la considerazione per l'unicità dell'altro, esortandolo a trattarsi come un tesoro, semplicemente restando così com'è e quindi accettandosi.

Attualmente, l'unicità ha un imperdonabile difetto: non è “globalizzabile” e rischia di identificarsi con la “diversità”. Eppure noi abbiamo bisogno di appartenere quanto di essere diversi, non possiamo penalizzare nessuna di queste due istanze vitali e questo partendo dalla biologia fino a risalire alla psicologia.

Quindi non dobbiamo arrenderci: se l'unicità non è globalizzabile, è pur vero che può essere comunicata, deve potersi infiltrare nel coro e poter stonare. E allora che l'introverso esprima pure il suo universo verticale, incrinando quello orizzontale dell'estroverso, poiché, forse, non esistono persone totalmente estroverse o introverse e nessuno probabilmente è proprio contento di ciò che gli accade. L'unilateralità, in fondo, resta un grosso rischio per tutti.

Prima di leggere “Crescere in un mondo malato” ho avuto un po' di resistenza, pensavo di essere, attualmente, così in lotta con il mondo, da non voler provare altra rabbia. Invece ho letto il libro con grande passione in sette ore, quasi senza interruzioni.

È da tanto tempo che non apro un testo di tipo “psi” perché è raro ormai percepire che dietro ci sia uno spirito veramente libero che “vuole bene all'uomo” più che alle idee.

Mi sento vicina ad Hillman quando invoca l'uso delle parole-simbolo in psicologia contro un linguaggio sterile e freddo che tecnicizza e definisce troppo. Quando leggiamo un libro, soprattutto se di psicologia, abbiamo bisogno di riflettere, di sognare, di fare associazioni ognuno nello spazio privato della propria anima, non di certezze.

Sempre più spesso mi accade di fare attenzione ai fenomeni apparentemente più banali della vita quotidiana, alle frasi che si scambia la cosiddetta gente comune, nei contesti meno sospetti, quelli in cui viviamo tutti e che sono sempre stati sotto i nostri occhi. Questo mi incuriosisce molto più dei cosiddetti “eventi formativi” o della lettura degli aggiornamenti più “qualificati”, che vivo per lo più senza partecipazione perché non mi “dicono nulla”, a volte con perplessità e preoccupazione perché veicolano messaggi inquietanti. Non dobbiamo “delegare” a nessuno la nostra “formazione-informazione”, esercitando il nostro sguardo e la nostra capacità di ascoltare in modo da tenere costantemente in contatto la nostra mente con la nostra anima.

Qualche giorno fa mi è capitato di cogliere un breve scambio di vedute tra due persone del tutto al di fuori dell'ambito psicologico: un uomo ed una ragazza, entrambi commessi in un supermercato dove mi trovavo alla cassa, intenta a riempire in fretta la busta di plastica che non si apre mai, con il pensiero già al portafogli ed alla chiave della macchina. Parlavano di due adolescenti: un ragazzo di venti anni ed uno di quindici che si erano suicidati a distanza di pochi giorni (il secondo in particolare utilizzando il fucile del padre), per lo stesso motivo: una “delusione sentimentale”. Riflettendo sulle motivazioni di questi gesti l'uomo aveva tentato di banalizzarne la portata, esponendo il suo commento con un sorrisetto:

«Ma… è perché… siccome, a quell'età, non ci sono tante cose… dico… più importanti… e allora…»

La ragazza lo ha fissato negli occhi interrompendolo con una domanda:

«Hai idea di quanto può soffrire un ragazzo per amore

All'improvviso l'uomo è apparso serio e taciturno.

Attualmente, nei servizi di salute mentale per adulti, si assiste ad un crescente interesse per l'adolescenza, non senza qualche tentativo di affondo verso l'infanzia. Sembra proprio che si debba andare alla ricerca di… come li chiamano?… ah, sì, gli “stati mentali a rischio”! E allora servono “progetti”, da contestualizzare nel territorio, colonizzando scuole, parrocchie, sale d'attesa dei medici di base… Ma per cosa poi? Beh, per evitare l'esordio precoce o almeno per coglierlo sul fatto! E dopo? Beh, c'è la Psicoeducazione che consente a tutti di stare più tranquilli! Pare che elimini i sensi di colpa. Come? Spiegando ai familiari che esiste la “vulnerabilità genetica”, istruendoli ed addestrandoli su come comportarsi. Non è quello che hanno sempre chiesto invano a psicoterapeuti stranamente muti? E… per il ragazzo, sì, dico, cosa si propone? Beh, calma! È ancora tutto in fase sperimentale, ma… pare, che usando basse dosi di neurolettici atipici (molto costosi!) si possano prevenire psicosi future!

Per fortuna, una volta ottenuti i finanziamenti sappiamo tutti cosa accade ai progetti, ma intanto si continua a soffrire e gli “esperti” di progetti sembrano allergici alla sofferenza.

Eppure, pensando all'adolescenza, non posso non far riferimento alle parole della ragazza e chiedermi: “Ma come siamo riusciti a farcela?”.

Forse non c'è un altro momento della vita in cui siamo così soli, in balia del vuoto o del troppo pieno, senza avere nulla di veramente saldo a cui tenersi, solo questo nostro resistere giorno per giorno, ora per ora: una strana forza, che poi sarà coscienza, conoscenza, capacità di amare.

E cosa c'è dietro a tutto questo? Sarei tentata di rispondere: l'aver potuto attraversare la fase di latenza con un giusto bilanciamento tra capacità di adattarsi e di giocare. Il gioco ha bisogno di nascondersi per nascondere, poiché è fatto anche di “trucchi” e di “segreti” che non devono essere svelati prima del tempo. La possibilità di salvare il gioco, riparandolo perché no, dietro un conformismo almeno un po' consapevole, consente di assistere al suo sviluppo al suo complicarsi e completarsi, che potrà far sì che un domani possa permeare della sua sostanza le espressioni della nostra esistenza. Gli adulti, a volte, purtroppo anche per loro, costituiscono un pericolo per il gioco.

Quanto ci invita a riflettere il capitolo sulla dipendenza totale del bambino che non ha ancora coscienza di sé e di ciò che lo circonda e che comunque messo alle strette tende a penalizzare se stesso (e questo anche con un buon contesto affettivo, sociale e culturale intorno)! Si parla di crescita e di sofferenza senza parlare di sindromi, di malattie o di capri espiatori, ma solo di ciò che sta intorno alla sofferenza stessa e che spesso è altra sofferenza, qualche volta invece è inganno, malafede, perversione, delinquenza. Una delle cose cui mi fa pensare questo capitolo, così come altri, è che si stia parlando di qualcosa di talmente vero e profondo da imprimersi nell'anima come un “timbro”.

A questo proposito mi viene in mente Demian di Hermann Hesse, quando il protagonista, ancora bambino, si rende conto di aver infranto la soglia del “male” e si autocondanna a non appartenere più all'isola dorata di amore, costituita dalla sua famiglia, per intraprendere un pellegrinaggio interiore sulle orme dei “cainiti” e del “Dio Abraxas”, con un'unica presenza intermittente come compagno di viaggio, qualcuno oscuramente consapevole, cui cerca, non senza timore e confusione, di somigliare.

Trovo che affrontare il tema della psicopatogenesi nella struttura sociale senza allinearsi all'antipsichiatria costituisca un passaggio culturale originale.

Ci sono pagine dense di elementi teorici, articolati, confrontati ed integrati, trattate con la capacità di avvincere che si addice ad un romanzo. Il taglio rigoroso e coerente di un pensiero che ha un'architettura solida ma sofisticata, costringe a non distrarsi e, mentre ti parla di super-io, di funzione culturale della sensibilità, di agnosia visiva della scienza, di tradimento e crescita, ti apre spazi di “sosta” per immaginare, associare… e soprattutto ti fa venire il desiderio di leggere ancora.

Ci sono talmente tante cose che passano vicine ai tuoi segreti da suscitare uno stupore profondo in cui ti senti nutrito e felice di essere “diverso” e “necessario” e dal quale riemergi con la consapevolezza di non essere solo ma, soprattutto, accorgendoti di avere anche tu il tuo prisma di luce stretto tra le dita.

P.S.: Aggiungo queste due citazioni a proposito della creatività e del lavoro che hai fatto e che stai portando avanti in modo direi rigoglioso. Le ho sottratte ad un autore molto discusso, Aldo Carotenuto, cosa che, in fondo non ci sconvolge più di tanto, e che appartengono alla penna di uno scrittore francese, Joё Bousquet:

Ritengo un uomo colui che deve mettere al mondo più conoscenza di quanta ne abbia ricevuta, il suo ruolo è rispondere, con una conoscenza incompleta, del fatto che è nato.

E ancora:

Rispettare l'atto di scrivere. È il prodotto e il coronamento dei misteri che ti fanno uomo. Ecco l'argomento morale per eccellenza. Hai un solo modo di giustificare ciò che sei: compierti.

Ecco perché non dovresti specificare che non sei un narcisista!

Abbi cura di te!

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