Psicoterapia dialettica

di Nicola Ghezzani

Psiche e dialettica. Perché associare questi due termini

Una questione di nome

La psiche è il dominio dei fenomeni ascrivibili alla soggettività e in quanto tale ha dato luogo alla psicologia, la scienza che di tali fenomeni fa oggetto di studio. Su un piano sia clinico che di ricerca, la psiche è stata variamente afferrata ora dal versante dell'apprendimento e delle conoscenze, dando luogo al cognitivismo, ora dal versante delle forze emotive che sottendono la sua struttura, dando luogo alla psicodinamica. La stessa architettura del cervello, grosso modo divisa fra un apparato cognitivo (collocato nella corteccia cerebrale) e uno emotivo (collocato nel paleoncefalo, la porzione più profonda, vicina alla colonna vertebrale) sembra giustificare questa distinzione di massima.

La psicologia moderna, e fra tutte la Psicoterapia dialettica in particolare, tenta di integrare questi due aspetti e queste due scienze in una disciplina che sappia render conto delle strutture emotive profonde nel loro rapporto con le strutture cognitive. Quindi le emozioni sono studiate così come sono state ereditate dalla specie nel suo percorso evolutivo — la filogenesi —; poi conservate nel DNA e replicate — nell'ontogenesi —; e infine e soprattutto come sono state formalizzate, organizzate e gerarchizzate dalle esperienze cognitive compiute durate la vita individuale, cioè nell'epigenesi. Lo studio della dinamica, cioè del modo come le emozioni interagiscono fra loro all'interno dello stesso individuo e fra diversi individui in relazione all'interno di un medesimo contesto sociale aiuta a capire appunto la loro forma, l'ordine, la loro gerarchia.

Il termine psicodinamica viene dalla lingua greca classica, nella quale la parola dynamis significa forza. La psicodinamica è dunque lo studio delle forze (sottinteso: emotive) che modellano e animano la psiche. La novità epistemologica introdotta dalla psicodialettica consiste nell'evidenziale che le emozioni — anche se nella loro costituzione di base sono di origine filogentica, “istintiva” — vengono modellate dai codici culturali, dai sistemi di valori con i quali il mondo adulto e sociale tout court interagisce col bambino da crescere e educare e poi con l'adulto da gestire e governare.

Io, come psicoterapeuta, mi sono formato alla scuola psicodinamica, avendo fatto due psicoterapie psicoanalitiche per formazione personale e avendo frequentato scuole e corsi di quest'orientamento.

Molto precocemente, tuttavia, mi sono formato anche allo studio della storia e dell'antropologia in quanto ordito senza il quale è impossibile anche solo concepire che si organizzi la trama della psiche.

L'attenzione all'intimo rapporto che intercorre tra antropologia storica e psiche lo devo, oltre che alla mia sensibilità personale, a due autori incontrati nel corso della mia prima formazione liceale e poi universitaria: Silvano Arieti e Ida Magli, quest'ultima frequentata in modo informale in due anni di corso di Antropologia culturale presso la facoltà di Lettere, il primo conosciuto di persona per via di una vecchia amicizia di famiglia, ed entrambi ammirati nella loro qualità di esploratori della complessa interazione società/psiche.

La lettura di Arieti in particolare mi aiutò a definire da subito (sin dai 17-18 anni, periodo nel quale mi interessai anche alle teorie di Freud e Jung) la psicopatologia come un fenomeno di derivazione culturale. La formazione di Arieti era tale che oggi, fra gli psichiatri, non se ne ha più l'eguale. Nella prima edizione della sua opera sulla schizofrenia (quella che leggevo in quegli anni per mio conto, con forma autografa sulla prima pagina) egli riassume così la sua complessa ispirazione:

Mentre l'orientamento dinamico rimane prevalentemente uno studio psichiatrico, quello formale o psicostrutturale trascende il campo della pschiatria. Sono necessarie lunghe escursioni in altri campi quali l'antropologia, la sociologia, la logica, l'estetica, la neurologia e la biologia generale. I risultati ottenuti riguardano non solo la psichiatria, ma tutte le scienze che studiano la natura intrinseca dell'uomo.
([1] p. 11)

A proposito della genesi della schizofrenia, e a fortiori, della genesi di qualunque disturbo minore, citando Jung, afferma:

Jung è dunque il primo psichiatra che ha intravisto la possibilità di un meccanismo psicosomatico nella schizofrenia. Secondo lui non è un disturbo organico che produce il disturbo psichico; al contrario, il disturbo emotivo produce un metabolismo anormale che causa un danno fisico al cervello. Questo fatto è particolarmente interessante in quanto, per la prima volta [nella storia della psichiatria], il sistema nervoso stesso è considerato vittima di un disturbo psicosomatico…
Il disturbo mentale può determinare una degenerazione organica con la sua progressione di sintomi
(p. 32)

Infine, è il primo a mia conoscenza che abbia saputo svelare il meccanismo logico della formazione dei sintomi — come anche dei sogni — utilizzando il concetto di classe, prima che Matte Blanco lo risolvesse in quello ancora più efficace di insieme.

A proposito della nascita delle emozioni, Arieti afferma che esistono emotive strutture formali ereditate dalla filogenesi, ma che

il contenuto delle emozioni e dei pensieri, e la loro motivazione, originano nell'ambiente dell'individuo, cioè nella famiglia e nel suo ambiente culturale.
(p. 34)

La mia psicodinamica si è dunque da subito connotata come studio del rapporto dialettico fra società e psiche individuale, fra storia della società e storia dell'individuo che matura al suo interno. Le tensioni dinamiche della psiche sono state lette alla luce della dinamica sociale interiorizzata nella psiche individuale sin dalla più precoce e intima interazione genitore/figlio. In tal senso, ho visto realizzata la fusione armonica della psicodinamica intesa come studio delle componenti emozionali della personalità degli individui e dei gruppi e la psicologia cognitiva, che studia le acquisizioni cognitive, esperienziali che la mente compie nel corso della vita individuale.

L'integrazione effettuata dalla Psicodialettica consiste nel fatto che non solo — come osserva la psicologia dinamica empirica — modelli comportamentali affettivi sono appresi dal piccolo attraverso i genitori e gli altri caretaker ma, attraverso di questi e dal contesto sociale generale, il piccolo e l'adulto socializzato apprendono i modelli antotropologici (storico-sociali) di organizzazione e gestione delle emozioni, dunque dei valori, i quali prima di essere strutture cognitive sono strutture emotive inserite in vasti sistemi di valori emozionali.

Sulla base di questi presupposti è possibile studiare la psicopatologia anche dal versante della storicità dell'esperienza umana soggettiva, che in tal senso diviene una microstoria, secondo un concetto implicito in Arieti, ma esplicitato da R. D. Laing verso la fine degli anni 60.

Una qualsiasi storia individuale può infatti illustrare con chiarezza come possa essere necessario lo studio di due o di tre generazioni per comprendere appieno il destino di un singolo individuo. Secondo le parole di Laing ne La politica della famiglia:

Siamo stati […] spinti a studiare quelle che si potrebbero definire modificazioni micro-storiche, che si estendono a numerose generazioni, nelle piccole reti sociali, specialmente nelle famiglie. Questo terreno è situato tra la biografia individuale e la storia su più vasta scala. È un'area curiosamente trascurata da sociologi, antropologi e storici.
([3] p. 56)

Da tutto questo, la suggestione di denominare Psicologia dialettica e quindi Psicoterapia dialettica la disciplina che, in lunghi anni di elaborazione teorica e pratica, si è andata formando sulle mie pagine, talvolta chiamandola anche — in modo sintetico — Psicodialettica. La dialettica come legge generale delle interazioni fra ambiente e individuo, fra l'io e l'altro, fra le istanze della soggettività poste l'una di fronte all'altra.

Storia di un nome

Io sono psicologo e psicoterapeuta e nella mia attività clinica pratico, dunque, la Psicoterapia dialettica. La Psicoterapia dialettica è una psicoterapia di orientamento psicodinamico improntata all'analisi delle matrici socio-storiche — e dunque microstoriche — della soggettività e all'uso del dialogo ermeneutico (interpretativo) nel contesto dell'attività clinica.

Perché chiamo dialettica la mia pratica psicoterapeutica?

La denominazione “psicopatologia dialettica” apparve la prima volta come titolo di un mio lungo articolo inedito che presentai agli incontri seminariali di Luigi Anepeta nel 1985. Il titolo era, per l'esattezza, “Verso una psicopatologia dialettica”. La disciplina che andavamo elaborando non aveva ancora un nome e veniva evocata con una perifrasi: “la nuova scienza del disagio psichico”; sicché Luigi fece sua la denominazione che avevo offerto e negli anni la rese più complessa trasformandola in Psicopatologia struttural-dialettica.

Per parte mia io (benché condivida a pieno la radice culturale strutturalista, sia nel senso statico di Levi-Strauss che — ancor più — in quello dinamico di Piaget e degli storici) preferii col tempo adottare una denominazione semplificata e poi sempre più contratta: dapprima psicoterapia dialettica, o struttural-dialettica, poi, psicodialettica. Oggi adopero tutte queste denominazioni senza eccessivi formalismi nominalisti; ma preferisco quelle concise e immediate.

La sostanza filosofica

Tornando ora alla sostanza: perché dialettica?

Il metodo di pensiero che va sotto il nome di dialettica è antico quanto la storia della cultura. Basta ricordare che ne fa uso nella Grecia classica Eraclito e nella Cina arcaica Lao Tsu. Esso ha tuttavia ricevuto nella cultura occidentale un'evoluzione ramificata e complessa, non ancora valutata appieno nell'importanza che ha avuto per lo sviluppo del mondo così come lo conosciamo.

La dialettica, nel pensiero occidentale, si è sviluppata secondo due direttrici.

  • Una è quella eraclitea, che intravede nella stessa materia del mondo — nella fisis — l'alternanza di stati dinamici antagonistici.
  • L'altra è quella socratica, che ha ridotto il gioco dell'alternanza alla mera dimensione umana e in particolare a quella dialogica del discorso — il logos. Nella dialettica del discorso socratico il soggetto è costretto dall'interrogante ad abbandonare le sue “false” posizioni per raggiungere uno svelamento sempre maggiore della verità e di sé stesso come locutore della verità.

La dialettica eraclitea si è proseguita, in epoca moderna, nella visione hegeliana e soprattutto marxiana della storia (ma anche nel fallimentare approccio engelsiano alla fisica della materia); e la dialettica marxiana ha a sua volta dato il meglio di sé in alcuni versanti della storiografia moderna e della sociologia.

In questa concezione, il mondo umano (e specificamente quello storico-sociale) è strutturato da parti (blocchi sociali) separati e in reciproca contrapposizione. Il gioco dinamico di queste parti in lotta si riflette sempre nella cultura dei gruppi e nella mente degli individui.

Per parte sua, la dialettica socratica ha avuto il suo più interessante sviluppo moderno in quella “dialettica dello svelamento” che è di Nietzsche, Schopenhauer, Kierkegaard e Heidegger (fino a Deleuze e Foucault) e che si è poi espressa nella psicoanalisi di Freud, Jung, Winnicott, Laing e Lacan e nell'ermeneutica intesa come scienza dell'interpretazione.

In questa concezione, la soggettività umana tende a mistificare se stessa, per rendersi compatibile con l'insieme sociale; ma in questo gioco di velamento essa reprime e soffre, quindi mantiene una consapevolezza indiretta della propria verità, che è pertanto suscettibile di essere rimessa in gioco nella sofferenza resa cosciente e/o nel dialogo intersoggettivo.

Entrambi questi filoni aurei sono entrati nella mia concezione psicodialettica. E direi il secondo più ancora del primo. Nella mia ispirazione, la dialettica socratica, ermeneutica, ha inteso correggere certi eccessi dogmatici di cui il primo filone si è reso responsabile nel corso della storia, e che rischiano di perpetuarsi in alcune pratiche sia politiche che culturali contemporanee.

Psicologia e Dialettica: ascendenze culturali

La psicoterapia moderna è il frutto dell'evoluzione dei numerosi ed eterogenei metodi terapeutici del passato. Il più importante fra tali metodi nati agli albori del mondo contemporaneo è la psicoanalisi di scuola freudiana.

Benché in alcuni gruppi la psicoanalisi freudiana sia rimasta sostanzialmente immodificata (e perciò viene a giusto titolo definita “ortodossa” dai suoi stessi seguaci, come una fede religiosa rimasta immutata nel corso dei secoli), essa ha avuto importanti evoluzioni.

Senza dubbio fu Freud il primo teorico di rilievo ad avere un'intuizione sufficientemente chiara dei processi dialettici che sovrintendono alla vita mentale. Egli formalizzò questa intuizione mostrando come si manifestassero nelle menti individuali antitesi funzionali come il conscio e l'inconscio, o il principio del dovere e il principio del piacere.

Tuttavia il pensiero dialettico inteso come sistema generale della mente fu introdotto in psicoterapia solo a partire da Carl Gustav Jung, il quale lo dedusse, oltre che dall'amato Eraclito, dalla filosofia hegeliana che circolava in Europa negli anni della sua formazione.

Dopo Jung, fu il turno di Erich Fromm, che aveva condotto i suoi studi in Scienze Sociali con la cosiddetta “Scuola di Francoforte”, dove figuravano personalità quali Adorno, Horkheimer, Habermas e più tardi Marcuse. Fu merito di questa scuola l'aver criticato e rivoluzionato la teoria freudiana a partire dalla lettura dei testi di Marx.

Sulla base di questo impulso filosofico e antropologico, anche lo psicoanalista Willhelm Reich e il filosofo Herbert Marcuse possono essere intesi come pensatori che hanno applicato la dialettica alla tecnica e al pensiero psicoanalitici. Essi tuttavia, marxisti radicali dal punto di vista politico, espressero le loro idee nelle linee di una rivendicazione di marca utopico-idealistica, dunque ben poco dialettica. Animati entrambi da passioni conflittuali col mondo sociale tout court, essi elaborarono un pensiero tanto ricco e stimolante quanto di fatto narcisistico nei modi e idealistico nell'ispirazione, quindi di fatto irrealizzabile. Da questo punto di vista, essi rappresentarono una regressione rispetto al più realistico e umanitario Fromm.

Infine, la dialettica impronta del suo spirito anche lo psichiatra scozzese Ronald D. Laing, a partire dal suo primo libro — “L'io diviso” — incentrato sul concetto di scissione dell'identità, e, assieme ai libri successivi, sul concetto di una opposizione strutturale fra l'alienazione sociale (l'essere-per-l'altro) e la lotta per l'individuazione (l'essere-per-sé).

Nelle pagine di Laing il “falso sé” di Winnicott (ossia la personalità troppo adattata e compiacente) viene per la prima volta riferito al condizionamento sociale, da cui la coscienza autonoma deve riuscire a liberarsi.

Origini della disciplina

Fra le numerose teorie che hanno contribuito alla formulazione dei principi della psicoterapia dialettica, per poter adeguatamente pagare il debito con esse, devo menzionare l'ordine in cui le ho incontrate.

Come già detto, un primo importante debito l'ho contratto da ragazzo con Silvano Arieti, per via della sua introduzione in campo psicopatologico della microstoria, intesa come metodo storico-antropologico per ricostruire e capire la storia individuale. Dedussi il concetto di microstoria dall'opera “Interpretazione della schizofrenia” (in una copia con dedica, regalata a mio padre, suo vecchio amico, che conservo tuttora gelosamente); opera che lessi per la prima volta negli anni 70. Fui colpito dal modo come Arieti spiegava il delirio alla luce dei simboli della cultura di appartenenza degli ammalati.

Un secondo grande debito è con il biologo evoluzionista C. H. Waddington. Fu intorno ai diciotto anni che lessi un suo articolo sui fattori evolutivi della specie umana. Waddington segnalava con grande precisione due fattori evolutivi sovrapposti, uno comune a tutto il vivente: l'evoluzione della specie attraverso l'ambiente fisico naturale; il secondo, essenzialmente umano: l'evoluzione dei pensieri umani attraverso il loro ambiente specifico: la cultura. Compresi allora, leggendo quell'articolo, che così come doveva esserci un fattore evolutivo somatico, che a livello umano aveva selezionato la capacità cooperativa (capacità definita già da molti autori come istinto o pulsione sociale), doveva esserci anche un fattore evolutivo culturale, basato sulla sensibilità personale ai valori e alle idee. Questo secondo fattore doveva aver a che fare con la capacità di sentire, introiettare e rifiutare i valori, e doveva pertanto essere concepito come istinto o pulsione selettiva. Una pulsione oppositiva intesa al rifiuto dei valori (degli stili affettivi e di vita) disfunzionali.

Terzo debito: con Ronald Faibairn. Lo psichiatra e psicoanalista di Edimburgo (maestro di Ronald D. Laing nell'analisi delle difese schizoidi) effettuò negli anni 40 (subito dopo la morte di Freud) una profonda riformulazione della teoria psicoanalitica. Di questa, ciò che maggiormente mi colpì fu la definizione dell'io in termini di istanza psichica sottoposta a scissione. Fairbairn risolveva per intero il conflitto psichico in un Io centrale (più o meno cosciente) insidiato da una scissione interna che definisce il campo di azione di due Io antagonisti, che denominò rispettivamente Io libidico e Sabotatore interno. Nella sua concezione (poi ripresa in parte dalla psicoterapia dialettica) l'Io libidico coincide con l'io emotivo-affettivo legato alla dipendenza; il Sabotatore interno è invece l'io inteso all'attacco al legame.

L'esperto di psicoanalisi potrebbe chiedersi che fine fa in questa scissione l'istanza del Super-io: ebbene anch'essa risulta scissa nella scissione dell'io. Nella teoria psicodialettica l'Io libidico divenne l'Io alienato, il Sabotatore interno divenne l'Io antitetico, entrambi dotati di una propria forza morale aggressiva (superegoica).

Nella scissione dell'Io, così come concepita dalla psicoterapia dialettica, una parte dell'Io difende i legami interiorizzati; un'altra li attacca per eliminarli e renderne possibili di nuovi. Una è intesa a conseguire la sicurezza mediante integrazione affettiva e sociale; l'altra a conseguire l'autonomia funzionale, anche a spese del legame, quindi della sicurezza.

Lo schema frutto della rielaborazione dei testi di Fairbairn è più o meno questo:

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Dallo schema si evince come l'io cosciente sia insidiato dall'esistenza più o meno conscia di un conflitto fra un io adattivo, integrato negli schemi sociali acquisiti in via affettiva e educativa, e un io ribelle al primo, dotato di vita e valori propri.

Un altro debito va senz'altro riconosciuto alla psicologia dinamica di Carl Gustav Jung, da cui ho estrapolato il concetto di una dialettica dell'identità finalizzata all'individuazione, cioè alla creazione di un io autonomo. L'individuazione, secondo Jung, è un processo che accompagna la psiche individuale per tutta la vita, con maggiore o minore intensità. Nella psicoterapia dialettica il processo di individuazione (o percorso identitario) è virtualmente infinito e consta degli smarcamenti e dei riposizionamenti dell'io nei confronti di ciò che sin dal 2000 (in “Uscire dal panico” [2]) ho definito ordine del sistema, ossia la struttura socio-storico-affettiva che determina la forma dell'io.

A questi primi fondamenti, se ne aggiungono di nuovi, in parte ridondanti. Fra questi la psicoanalisi sociostorica di Erich Fromm, che pur essendo simile alla psicoanalisi culturalista di Arieti, ha posto per prima il problema dell'alienazione, cioè di dinamiche psicosociali responsabili della dipendenza patologica dell'Io dalle convenzioni sociali.

Nello stesso senso di una ridondanza del principio di individuazione posto da Jung va intesa la psicoanalisi del Sé di Donald Winnicott. Essa tuttavia innova il messaggio di Jung nella misura in cui colloca il processo di crescente autonomia dell'io sul piano del rapporto del bambino con la madre, il padre, la famiglia e la società. In tal senso egli ha posto il problema di un Io falso all'interno della personalità, cui è contrapposto un Io vero. Importante il riferimento alla creatività, intesa come esigenza intrinseca dell'io.

Altro riferimento fondativo è la psichiatria esistenziale di Ronald David Laing, dal quale ho ricavato il concetto che l'alienazione sociale dell'Io è causa di scissione psicopatologica, e che la guarigione coincide con la risoluzione di questa scissione.

La psicoterapia dialettica ha dunque integrato, nella sua struttura teorica, sia il concetto e il metodo filosofico della dialettica (ma anche della correlata ermeneutica) che le idee psicologiche che ho appena citato.

In tal modo, la psicoterapia dialettica ha spostato l'asse della psicoterapia contemporanea da uno psicologismo sempre più astratto, nel quale la psiche è concepita come un'entità a se stante, avulsa dalla realtà sociostorica, a una concezione nella quale la psiche nasce e cresce nella storia (storia sociale e antropologica di una civiltà, di un popolo, di un gruppo familiare, degli individui…) e gioca con la storia la sua partita dialettica, fatta di occultamenti e di svelamenti, in funzione del pericolo — e dell'azzardo — costituito dalla verità.

La teoria dei bisogni

È sulla base di queste ricchissime esperienze del passato che si è formulata la teoria psicodialettica, nella quale il metodo dialettico si integra con la psicologia in una struttura teorica organica.

Nella teoria dialettica, dunque, abbiamo ripreso il tema dell'alienazione sociale a livelli radicali, introducendo l'analisi delle ideologie fin nell'intimo della psiche individuale.

Ma s'è fatto anche di più: tematizzando la nascita e la crescita della psiche in subordine a due vettori di sviluppo dialettici (i bisogni fondamentali) abbiamo fornito un quadro di riferimento di assoluta chiarezza epistemologica.

I due vettori di sviluppo sono il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e il bisogno di opposizione/individuazione.

Dei due il concetto cardine della psicoterapia dialettica è il secondo.

Novità assoluta nella storia della psicologia e della psicopatologia, nato come dicevo dalla lettura del testo di Waddington, il bisogno di opposizione/individuazione individua a livello biologico e psicobiologico un “drive”, una spinta, attraverso la quale la psiche individuale non solo apprende a distinguere il Sé dall'Altro, ma si oppone visceralmente a qualsivoglia violazione dell'identità del Sé (nella quale è inclusa la presenza dell'altro avvertito come simile a sé).

In conseguenza di ciò, la storia della psiche individuale è, a rigore, storia delle tracce lasciate dallo scorrimento di questo bisogno nel paesaggio mentale dell'appartenenza sociale.

Alla base dei disturbi della psiche sta dunque la deviazione e la perversione di questo bisogno fondamentale mediante dinamiche sociali e intrapsichiche di inibizione e colpevolizzazione.

Un esempio clinico

Vengo ora ad una rapida e contenuta descrizione delle linee essenziali della nuova terapia.

In che senso la psicoterapia che pratico è una psicoterapia dialettica? In un senso molto antico, eppure molto semplice. La parola “dialettica” deriva dalla lingua greca, nella quale significa che una cosa, qualunque cosa, presenta sempre almeno due aspetti. Il sintomo psicopatologico, in gran parte delle psicoterapie correnti, è considerato in modo univoco: come una “disfunzione”, una “carenza”, un “difetto”, un elemento “negativo” da risolvere mediante la sua soppressione: il paziente, guarito da esso, deve tornare ad essere esattamente ciò che era prima della “malattia”. Situazione tipica: lo psichiatra tradizionale propone una terapia farmacologica che annulli l'esistenza del sintomo, senza chiedersi quali funzioni quel sintomo svolga nell'economia globale della personalità.

Dal mio punto di vista ciò è sbagliato: il sintomo psicopatologico è sempre il segnale della distorsione di una parte sana della natura di un individuo: sopprimerlo significa sopprimere anche la parte sana. Dunque, prima di compiere un intervento inteso ad annullare il sintomo io m'impegno a capire cosa esso distorce e perché lo fa: perché, data la natura funzionale del sintomo, il mio intervento può ottenere effetti diametralmente opposti: può impoverire o danneggiare la personalità; o può al contrario comprendere e agevolare la trasformazione di quel sintomo, fino a rivelarlo come il “rovescio” di un ricco potenziale evolutivo di maturazione personale.

Nella Psicoterapia Dialettica, dunque, il sintomo stesso è dialettico: è “negativo” perché è un limite e un danno per la vita individuale; ma è altresì “positivo” perché è una risorsa: esso rappresenta, sia pure in modo alienato, l'esatta direzione di crescita nella quale dovrebbe evolvere la personalità che n'è affetta. Pertanto, anche l'intervento deve essere dialettico; deve dare spazio e risalto alle risorse positive distorte o annullate nella struttura del sintomo.

Un esempio: un attacco di panico agorafobico. Su una strada aperta che allude ad una sua potenziale libertà, una donna alla guida di un'auto ha un attacco di panico. Esso può segnalare il desiderio di libertà di questa donna (e ciò è indubbiamente positivo); ma nel contempo può rivelare alla sua coscienza che questo desiderio di libertà è presente nel suo inconscio in forme per lei inaccettabili (e ciò è negativo). Per esempio, esso può essere collegato con la fantasia di un divorzio o di una assoluta indipendenza sessuale, cosa che per una mente improntata a valori tradizionali può essere vissuto come un atto di superbia e dunque come una colpa. Per tale motivo quel desiderio di libertà, “negativo”, è anche “negato” da sintomi che lo proscrivono, che lo rendono impossibile: a un punto tale che, se esso sta per divenire consapevole, lo shock panico (in sostanza: il terrore della propria pericolosità) lo soverchia e lo fa scomparire gradualmente dall'orizzonte della coscienza.

La psicoterapia dialettica, dunque, pur non inibendosi l'uso dello strumento psicofarmacologico, subordina la tecnica medica a quella psicologica; e più precisamente ad una presa di coscienza della complessità e profondità dei conflitti inconsci irrisolti. Rigetta pertanto completamente l'ipotesi che il disagio psichico abbia cause genetiche; salvo che non si voglia ammettere che la predisposizione biologica al disagio consiste in una ricca sensibilità morale naturale, che può talvolta porre il soggetto in conflitto con se stesso e/o col mondo di appartenenza.


Bibliografia
1. Arieti, S. (1955), Interpretazione della schizofrenia, Feltrinelli, Milano, 1963.
2. Ghezzani, N., Uscire dal panico, Franco Angeli, Milano, 2000.
3. Laing, R. D. (1969), La politica della famiglia, Einaudi, Torino, 1971.
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