La depressione è una malattia iatrogena?

di Nicola Ghezzani

La depressione è una malattia iatrogena? Vale a dire: quanto della sofferenza del depresso è in realtà provocato dalla negligenza e dalla cattiva ideologia dei suoi curanti? Se al bambino e al ragazzo che mostrano di essere inclini a pensieri di colpa e di tormento soggettivo o a inibizioni nel desiderio di vivere venisse dato il giusto ascolto, se venisse fornita loro una attenzione “sensibile” e “coltivata” (professionale) intesa allo scopo di capire e spiegare l'origine storica dei malesseri, non si scongiurerebbero carriere umane disastrose?

È troppo chiedere alla psichiatria di tenere un po' meno a distanza il paziente e di tornare a occuparsi un po' più della sua storia, insomma di reprimere per il tempo di un incontro la fretta di oggettivare il paziente, di vederlo come un groviglio confuso di flussi biochimici?

La formazione di uno psichiatra è ormai diventata meno complessa di quella di un dentista. Poche cognizioni diagnostiche, un'occhiata ai dati relativi alla biochimica, un'altra occhiata al prontuario farmacologico. Un lavoro che potrebbe essere meglio svolto da un computer. Il danno personale del paziente e sociale a carico della cultura è enorme.

È giusto, dunque, che la cultura contemporanea assimili e promuova il dato che cerco di sollecitare in queste pagine: che colui che è affetto da una qualche forma di disturbo della psiche è un individuo complesso, ricco di sensibilità empatica e non di rado di spiccate qualità intellettuali, il quale pertanto merita l'attenzione di specialisti di cultura almeno altrettanto complessa, sensibile e ricca quanto l'oggetto che viene trattato.

A questo proposito vorrei segnalare una pagina scoperta per caso sul web, che tuttavia riporto anche qui di seguito, nel caso scomparisse nella fretta del sito che la ospita di fare pulizia.

Richiesta dell'utente 102156
È banale, ma leggendo un libro di Nicola Ghezzani (Volersi male: Il senso di colpa e le radice della sofferenza psichica) mi sono accorto che la mia depressione (curata da circa 9 anni con terapia farmacologica) somiglia tanto a quella sindrome masochistico-depressiva descritta dall'autore.
Improvvisamente mi sembra di vedere il mio malessere sotto una luce diversa. Diversa rispetto a quello che il mio psichiatra mi ha inculcato, ovvero che la depressione è in sostanza uno squilibrio chimico da curare con associazioni di farmaci diversi.
Per la prima volta mi è sembrato (ma lo dico in punta di piedi) che il mio problema fosse meno psichiatrico e più psicologico.
Ho vissuto gli anni dell'adolescenza e poi tutti gli anni fino alla mia attuale età, a pensarmi come un soggetto appositamente creato per fare la felicità degli altri. Dalla felicità degli altri deriva la mia pseudo-felicità. E ho fatto di tutto per seguire questa mia “mania”. Mi sono privato dei miei piaceri, dei miei sogni, per spianare la strada al successo degli altri.
Eppure da piccolo, sono vissuto in una famiglia dove il ruolo del padre mancava in quanto succube di mia madre e della sua depressione maniacale (mai curata) che la portava spesso a violenze fisiche oltre che morali nei suoi confronti: sono stato male, ho sofferto, sono stato spesso umiliato e le mie aspirazioni artistiche (volevo tanto suonare il pianoforte) sono state represse perchè considerate superflue. Anche la felicità nella mia famiglia era considerata “superflua”. Si lottava per sopravvivere ad una situazione economica disastrosa perchè mia madre si è sempre rifiutata di lavorare. Si lottava per sopravvivere alla pazzia di mia madre che mio padre non ha mai voluto arginare. Pazzia che significava anche ripetuti tentativi di suicidio cui io e solo io ho assistito. Ricatti morali: io mi uccido. Diceva mia madre a me, bambino, dopo avermi lasciato la mattina a scuola. “Quando esci non ci sarò…mi sarò uccisa…”.
Io, ovviamente, ero diventato il capro espiatorio di una donna malata.
Ecco. Cosa poteva nascere secondo voi da tutto questo “vissuto”? Un mostro. Un ragazzo depresso, con un fisico ormai stravolto dagli psicofarmaci.
Ho 33 anni. Ma ne dimostro 60. Sono vecchio dentro. Quando guardo i ragazzi della mia età, io mi sento così diverso, così fuori luogo. Gli altri ragazzi sono belli, attraenti, piacciono alle donne. Io sono così “nessuno”. Ho destinato tutte le mie forze a far felici gli altri quando forse avrei dovuto avere la forza di far felice me stesso. Ma capirete che questo non è nient'altro che un vano tentativo di conquistare l'amore degli altri. Altri che scappano a gambe levate quando assistono a cotanta devozione.
Oggi, io, mi chiedo se a 33 anni si può cambiare. Si può dimenticare? Si può sperare di ritornare a vivere? O ci vuole un'altra (migliore) cura farmacologica?
Grazie


Risponde […] lo psicologo Dr. Giuseppe Santonocito
[…]
Gentile utente
Certo che si può cambiare. Se le è stata diagnosticata una depressione, probabilmente le sarà stato detto che in genere si ottengono buoni risultati abbinando una cura farmacologica con una psicoterapia. Naturalmente il tutto dev'essere inquadrato attraverso visite di persona.
Quando ci si trova di fronte a situazioni spiacevoli che non si è in grado di cambiare, in tanto tempo, la depressione è uno degli esiti possibili. Ma più che sulle cause è necessario concentrarsi sul funzionamento attuale del suo disturbo, lavorando per cambiarlo.
Da ciò che dice sembra come se lei avesse difficoltà a dire di no. Ma tenga a mente che chi non sa dire di no non sa nemmeno dire di sì. E questo potrebbe spiegare il suo continuo negarsi un'esistenza più piena e degna di essere vissuta.
Ad ogni modo deve trovare le sue risposte attraverso dei consulti svolti di persona. La cura farmacologica potrà servirle per ristabilire un equilibrio di base, ottenuto il quale un lavoro psicoterapeutico potrà essere più efficace. Quindi come vede lo psichiatra non esclude lo psicoterapeuta. Anzi, il lavoro di entrambi può integrarsi a tutto vantaggio del paziente.
La sua “scoperta” del fattore psicologico potrebbe già essere un piccolo punto di svolta. Ricerchi nella sua zona un professionista, per lasciarsi seguire anche su questo versante.
[…]
Cordiali saluti


Risponde […] lo psicologo Dr. Armando De Vincentiis
[…]
Gentile ragazzo da quello che dice è ovvio che il suo psichiatra non le ha mai prospettato la possibilità di integrare le cure farmacologiche con la psicoterapia. non le ha mai raccontato la sua storia? È stata davvero necessaria la lettura del libro per prendere coscienza anche dell'aspetto psicologico del suo disturbo? Se è stato così, come lei racconta, allora approfitti di questa sua nuova scoperta e, come le ha detto il collega precedentemente, la usi come un punto di svolta, una nuova presa di consapevolezza che forse potrebbe portarla ad una nuova lettura della sua realtà.
Cominci un percorso psicoterapeutico.
cordialmente

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