Adolescenza in crisi - Sensibilità e sentimento di giustizia

di Nicola Ghezzani
(brano tratto dal libro “Crescere in un mondo malato” [2])

Gli adolescenti, soprattutto se sensibili e riflessivi, sono naturalmente critici, e altrettanto naturalmente entrano in crisi. Essi rappresentano il “cuore fragile” di una categoria già di per sé vulnerabile: quella costituita dagli individui dotati della qualità psicobiologica della sensibilità riflessiva. In questi individui, la capacità di essere in empatia con l'altro — ossia la capacità di “sentire” ciò che l'altro prova — entra in risonanza con attitudini intellettive ad immaginare modi e mondi affettivi, simbolici e pragmatici migliori di quelli nei quali si vive. Di conseguenza, essi sono i più dotati relativamente al sentimento di giustizia, non meno che nell'attitudine alla bellezza e all'armonia.

Predisposto com'è alla differenziazione, l'adolescente, per sviluppare la sua identità, deve sperimentare dissensi e divergenze emotive e intellettive ed entrare così in conflitto con l'ambiente circostante. Sta, quindi, alla ricchezza dei sistemi sociali e alla loro tolleranza morale accettare e integrare o al contrario rifiutare e colpevolizzare le manifestazioni esistenziali del disagio, della critica e del dissenso. La risposta che l'ambiente offre alla diversità individuale è un fattore determinante nel generare ricchezza umana creativa o, al contrario, un sentimento di colpa centrato sull'ossessione tipica dell'adolescenza dell'esclusione sociale e della vergogna. Ciò rende l'adolescenza età delicatissima.

Per fare un esempio, la sensibilità riflessiva (l'introversione), se associata all'aggressività, è uno dei fattori di maggior rischio nelle situazioni di abuso di droghe. A metà degli anni '60 Margaret Ensminger e Sheppar Kellam della John Hopkins University raccolsero un campione di circa 1200 alunni che frequentavano la prime classi elementari di Woodlawn, un sobborgo povero a Sud di Chicago e, da allora, i ragazzi e le loro famiglie sono stati intervistati, visitati e valutati regolarmente per 30 anni. I due più vistosi comportamenti della prima infanzia correlati con l'uso di sostanze in una fase successiva della vita furono la timidezza, descritta dagli insegnanti come la tendenza dell'alunno a stare da solo, avere pochi amici, essere silenzioso durante le lezioni, e l'aggressività, descritta come la tendenza ad essere coinvolti in risse e non rispettare le regole. Timidezza e aggressività si dimostrarono come i due fattori più importanti nel predire un comportamento da abuso di sostanze.

Sin dal 1993, nell'ormai classico Le dimensioni del vuoto [1], Paolo Crepet segnalava che, negli Stati Uniti

“fra gli anni cinquanta e gli ottanta l'incidenza del suicidio fra i giovani è triplicata. La classe d'età più fortemente implicata è quella dei ‘giovani adulti’ (20 - 24 anni) che raggiunge il ragguardevole tasso specifico di 30 per 100 000; tendenza che non sembra arrestarsi, tanto che l'istituto centrale di statistica americano prevede che nell'anno 2000 si raggiungerà il valore di 36,3”
(p. 35)

Attualmente, secondo le recenti stime dell'OMS (Organizzazione Mondiale della sanità), si suicidano ogni anno nel mondo circa 800 000 persone. Per gli adolescenti, il suicidio costituisce ormai la seconda, terza causa di morte.

Spinto dalla sua stessa struttura psicobiologica — e maggiormente se dotato sul piano dell'immaginazione riflessiva — l'adolescente entra nel tunnel dell'opposizione: ogni cosa, valore o comportamento, può divenire nelle sue mani oggetto di analisi critica e di contestazione. Il rapporto col mondo sociale diventa allora difficile, contrassegnato com'è da esigenze differenziative di sottrazione e di dissenso. Se questo dissenso, tuttavia, non è percepito dall'ambiente nella sua qualità vitale, e se il ragazzo non dispone di un gruppo o di un amico del cuore con cui condividere l'esperienza della dissociazione dal mondo e della solitudine, allora egli può precipitare in un'angoscia implacabile, di origine istintiva, arcaica. Infatti, la perdita del mondo affettivo genera una reazione filogenetica: l'angoscia di perdita, che se è accompagnata da un sentimento di responsabilità soggettiva si traduce in angoscia di colpa e di esclusione, nucleo generatore di ogni angoscia psicopatologica.

L'adolescente che si dissocia dal mondo, per rispondere a spinte maturative innate, e che in questo processo non viene seguito e reintegrato dal sistema sociale, può sperimentare un terrore pari a quello del bambino perso nel buio o in una allucinazione. Se poi a questa paura si associa il senso di colpa dovuto all'idea di aver tradito e rinnegato volontariamente il mondo di appartenenza, allora la paura si colora di un tragico, abissale sentimento di vergogna e di condanna.


Bibliografia
1. Crepet, P. (1993), Le dimensioni del vuoto, Feltrinelli, Milano, 2002.
2. Ghezzani N., Crescere in un mondo malato, Franco Angeli, Milano, 2004.
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