Michela Guerra

Sono nata nella nostalgica e romantica città di Bassano Del Grappa in un freddo pomeriggio di dicembre nel 1972.

Mi sono diplomata in un istituto d'arte con la specializzazione di designer e stilista di moda unita ad una particolare attitudine per lo studio storico del costume e della sua affine componente antropologica e sociologica.

Per me, infatti, “l'abito fa il monaco”.

Dopo il diploma, continuai il mio iter formativo nel corso di sociologia dell'università di Trento, interrompendolo molto presto, con tutti i progetti professionali allegati, per convolare a nozze.

Sposata e con due bambini ancora in fasce, continuai a studiare da autodidatta, data la mia particolare e famelica propensione alla lettura scientifica, aiutandomi con una vicina di casa studentessa di psicologia.

Sviluppai ben presto, dopo aver letto qualche centinaio di libri, una evidente misura critica nei confronti dei trattati che man mano mi passavano tra le mani.

Capire il linguaggio del disagio in tutte le sue forme, l'interpretare il messaggio contenuto nell'arte nel corso dei secoli, è stato per me da sempre, un interesse molto stimolante e vivo.

Mi risultava scontato studiare la forma del costume e le varie fogge con i dovuti riferimenti storici, fino ad allargarmi alla sua massima estensione urbana dello sviluppo delle città e dei sistemi organizzativi del villaggio e dei moderni centri abitativi; inoltrandomi in contesti filosofici, fino all'incontro con le teorie di Fromm, Heidegger, Nietzsche.

Poi riportai la mia attenzione allo studio etologico di Desmond Morris, per valutare le affinità tra comportamento animale e quello umano.

Nel 2001, a causa di un problema di salute piuttosto serio, mi trasferii a Genova per un paio di mesi, rendendomi conto all'età di 28 anni, che il mio rapporto con la malattia sarebbe stato per sempre legato.

Data la rarità della mia patologia e l'ignoranza correlata da parte del personale medico a livello nazionale, cominciai a creare un gruppo di ricerca con i medici tirocinanti, ponendo particolare attenzione all'aspetto psicologico del decorso della malattia. La mia collaborazione ha vantato i nomi più illustri e impegnati del mondo accademico. Le ricerche sono state formulate e allargate in campo internazionale, in quanto non esisteva nessun piano di approfondimento che mettesse in relazione l'aspetto morfologico della malattia con lo stato di coscienza del paziente e la sua mutata realtà relazionale.

La mia visione nel concetto della vita mutava, concordando con la famosa espressione di Carl Gustav Jung (che mi aveva illuminato sulla realtà collettiva del genere umano): “gli dei sono diventati malattie”.

Nel 2008, procedendo con le mie appassionate ricerche, per degli episodi successi nella scuola frequentata dai miei figli neo-adolescenti, lessi un articolo del dott. Ghezzani sull'autolesionismo, il quale esprimeva dei concetti per me rivoluzionari e nuovi.

Presi contatto con lui e mi cimentai nella lettura di Crescere in un mondo malato.

Colpita da tanta geniale originalità, mi misi a studiare e a prendere appunti, documentandomi sulla sua bibliografia e sulla sua educazione formativa, accostandomi ai grandi pensatori del '900 come Illich e Hillman che l'avevano influenzato.

Cominciai una fitta e proficua corrispondenza con il dottore, in cui discutevo apertamente dei punti che non capivo, partendo da un fenomeno giovanile che coinvolge molti adolescenti, fino ad arrivare al rapporto societario con l'immagine della morte.

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