Disagio psichico e genetica

di Nicola Ghezzani

Sempre più spesso, nella nostra pratica clinica, dobbiamo prendere atto di uno strano paradosso: i pazienti in cura presso gli psichiatri di “nuova tendenza” (la cui unica risorsa è l'uso indiscriminato di psicofarmaci) sono spesso più complessi dei loro curanti. Uomini e donne con vite intense e talvolta drammatiche, che presentano al colloquio pensieri sottili e profondi — sebbene ansiosi, tristi e talvolta sul limite del terrore —, sono messi di fronte a mediocri laureati in medicina, educati a incasellare stati d'animo e grovigli intellettuali in rozzi quadri diagnostici e a seguire protocolli “terapeutici” standardizzati.

Tale evidenza — corroborata dal numero impressionante di intellettuali e artisti che si confessano “ammalati” ora di attacchi di panico, ora di depressione nei talk show e sulle pagine dei rotocalchi — non può che mettere in allarme: che la parte più raffinata dell'umanità sia di fatto assoggettata alla più ignorante?

In Italia, negli ultimi dieci, quindici anni, abbiamo assistito ad una vera e propria caccia all'artista da parte di psichiatri di pochi scrupoli o di accesa vocazione umanitaria: e abbiamo visto attori, scrittori, giornalisti fungere da sponsor per le opere divulgative di psichiatri la cui unica virtù era di quella di fare un uso acritico della ricerca psicofarmacologica. Immessi nei media allo scopo di sedurre la vasta area di mercato implicata nel disagio, questi psichiatri sono da un giorno all'altro balzati agli onori della cronaca, fino ad essere incensati e santificati.

Effetto di rimbalzo: da quel giorno, ogni disagio psichico è stato ascritto a una deficienza genetica presunta, di fatto invisibile. In realtà si è cavalcato il cinico equivoco di far passare i referti biologici come genetici tout court. Ma una cosa è dire che una depressione mostra, alle indagini biochimiche, la carenza di una certa molecola (cosa evidente e di rilievo clinico parziale); tutt'altro è dire che tale risultato dimostra che quell'organismo presenta un difetto nel gene o nel complesso poligenico che in natura — nell'organismo sano — ha la funzione di produrre quella molecola. Son due cose affatto diverse. Uno squilibrio biochimico è fisiologico (ossia normale: segue le variazioni dinamiche dell'organismo) prima di essere genetico. Eppure su questo equivoco si fonda per intero il teorema neo-psichiatrico che ogni disturbo psichico, evidenziando uno squilibrio biologico, è tout court genetico, quindi tale da dimostrare una malattia endogena e cronica: per inciso, da curare a vita con psicofarmaci (o magari domani con l'ingegneria genetica).

Il teorema ha la funzione mercantile di diffondere nella massa della popolazione “malata” (oggi giorno almeno due o trecento milioni di persone nel mondo) l'uso acritico di prodotti farmaceutici, collegandosi in tal modo e con sinergia perfetta all'ideologia mercantilista corrente che ovunque mira a sostituire strumenti conviviali umani (l'intelligenza affettiva e creativa degli uomini) con oggetti di produzione industriale (droghe piuttosto che contatti umani; prostitute virtuali piuttosto che amori in carne e ossa; attori virtuali piuttosto che attori veri; computer musicanti piuttosto che musicisti e, appunto, protocolli terapeutici standard piuttosto che terapie mirate sulla persona, ecc.).

Questa linea di tendenza mira alla “massificazione”: il prodotto industriale essendo “medio”, per essere universalmente consumato deve produrre il suo consumatore “medio”. Ovvio che ne fa le spese soprattutto colui che si discosta dalla media. Nella nostra ipotesi, l'iperdotato mentale (affettivo, empatico, introverso, fantasioso, creativo…) è soggetto a sviluppare conflitti psicodinamici, quindi sofferenze psicopatologiche, più della media, ed è appunto lui oggi l'oggetto di una massificazione industriale che rischia non solo di perseguitarlo come singolo individuo, ma anche di danneggiarlo come “categoria umana”, come “capitale biologico” che la specie ha prodotto a scopi evolutivi.

In sintesi, e senza tema d'essere poco diplomatici, possiamo affermare che la neo-psichiatria e i suoi fiancheggiatori nei media e nelle associazioni sono da considerare oggi i responsabili di un vero e proprio genocidio antropologico a carico di una parte complessa e raffinata dell'umanità.

L'articolo che segue mira a dimostrare che la tendenza neo-psichiatrica odierna, in buona e in cattiva fede, diffonde la falsa verità di una disfunzione genetica posta alla base della patologia psichica, in perfetta sinergia col mercantilismo industriale il cui fine ultimo non è la salute individuale e collettiva, bensì lo smercio dei suoi prodotti. Per ottenere lo scopo, neo-psichiatria e industria farmaceutica non si fermano di fronte all'irretimento ideologico e alla devastazione pianificata di una porzione ricca e produttiva dell'umanità. Tale tendenza è talmente diffusa che ci consente di parlare di eugenetica alla rovescia e, pertanto, di una nuova, sottile forma di razzismo biologico.

L'articolo è dedicato a questo argomento. Essendo piuttosto lungo, ho preferito trasferirlo in PDF per renderlo scaricabile in modo agevole e quindi leggerlo con maggior comodità. Abbiate un po' di pazienza e… buona lettura!

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