Nascondigli - Introversione e adattamento creativo

di Roberto Manetti

Che la parte più raffinata dell'umanità sia di fatto assoggettata alla più ignorante?”

è la domanda che Nicola Ghezzani si pone in apertura di un suo articolo [1].

Un'ipotesi, a nostro avviso, tanto vera quanto provocatoria (almeno per la parte che “assoggetta”), che cercheremo di analizzare nei suoi diversi risvolti, sperando di aggiungere qualcosa alle precise e stimolanti considerazioni avanzate dal dott. Ghezzani, in questo e in altri contributi.

In generale, i membri della “parte più raffinata dell'umanità”, non tendono ad assoggettare: in tutt'altre faccende affaccendati, non hanno alcun interesse a perdersi dietro a forme più o meno esplicite di prevaricazione sull'altro: si sentono soggetti e sono tesi a realizzarsi come tali, nelle forme che natura e cultura hanno messo loro a disposizione e — ahimé — nei limiti che società troppo spesso chiuse e sorde (gestite da chi, debole, di assoggettare ha un disperato bisogno) concedono loro.

Ora, se è vero che, tra i membri della “parte più sensibile dell'umanità”, molti soffrono e si ammalano (e numerose, significative considerazioni in tal senso sono reperibili tra i contributi del sito), può forse risultare interessante porsi una domanda: com'è che non tutti si ammalano?

Un'analisi approfondita dei fattori che — quasi come anticorpi nei confronti di agenti patogeni — hanno difeso e difendono tali soggetti dagli attacchi di un contesto dominato dai “forti”, non può che gettare luce su percorsi potenzialmente salutari e liberanti, per chi si sente “assoggettato” e tale situazione vive con sofferenza.

Così, in una sorta di intervista autoriferita, ci siamo domandati quali elementi si pongono come potenzialmente discriminanti in tal senso. Ne sono emersi alcuni caratteri1 che, in integrazione con le diverse variabili contestuali, possono favorire lo svilupparsi di personalità sostanzialmente adattate, e tuttavia sempre aperte e vive.

Ecco alcune di queste caratteristiche emerse dalla nostra riflessione.

  • Un sano egocentrismo, relativo ma irriducibile (“gli altri sono importanti per me, ma sono più importante io…”): una sorta di visione egocentrica del mondo, retaggio di un tempo lontano, progressivamente riadattata al reale, riattualizzata, ma mai tradita nel suo senso più profondo ed essenziale. Una visione che per certi versi limita e atrofizza, restringendo il campo delle scoperte affettive, ma che consente di tenere a bada i germi del pensiero pregiudiziale, specie per quegli aspetti legati al bisogno di accettazione dell'altro: se è vero come è vero che esso funziona perché “condividere quel pregiudizio ci consente di sentirci parte di un certo mondo”, chi di quel mondo “fa pure a meno”, chi tende a “bastarsi”, lo corre molto meno il rischio di ammalarsi, di soffrire il pregiudizio dell'altro e di averne di suoi…
  • Un alto ideale di sé (pur negli inevitabili rimaneggiamenti evolutivi, sostanzialmente confermato dal confronto con il reale), rispecchiantesi effettivamente (almeno per il soggetto) in qualche ristretto ambito di espressione. Ancor più a fondo: una sorta di nucleo inattaccabile, di spazio fuori dal tempo, dove rifugiarsi e rigenerarsi, quando diventi necessario un ricovero; una casa che alla fine neppure cerchi, ma che ti viene incontro: a te solo la fiducia — mai sicurezza, mai disgiunta da un brivido — che tale momento ritornerà. E il paradosso di una cosa che senti ciclica e al tempo stesso sorprendente nel suo ritornare, sempre nuova perché mai scontata, ma come la primavera che viene… certa sì, ma prima o dopo si resta nell'inverno…
  • Un basso livello di ambizione, intesa questa come un “andare intorno” alla ricerca di un riconoscimento sociale sentito come dovuto, nell'attesa di risposte improbabili ad aspettative sentite come necessarie e vitali. La posizione ottimale sarebbe invece quella di “non aspettarsi granché”, di costruirsi a poco a poco con la terra che c'è, con l'acqua che viene, con la poca luce che filtra; laddove un “errore” dell'introverso, sarebbe proprio quello di aspettarsi una palingenesi che rimetta le cose a posto…

La persona dotata non di rado compie l'“errore” di attendersi una palingenesi del mondo, sulla base della sua acuta sensibilità delle sue disarmonie; ed è questa attesa che lo pone in una posizione vocazionale, rivendicativa, talvolta provocatoria, che accentua il rifiuto da parte del mondo, generando così un circuito di rivolta e di condanna (e di autocondanna) che raggiunge sovente gli esiti più drammatici [2].

  • Una chiara consapevolezza del δεινόν, del tremendum (che abbiamo dentro e che possiamo vedere se solo ci guardiamo a fondo), dell'aspetto terribile che può assumere la nostra immagine riflessa (si pensi a Stevenson, a Wilde): una consapevolezza che aiuta a sostenere la distanza fra i poli opposti di noi; che, pur nella tensione verso una meta di piena umanità (homo sum…), ci fa flessibili, mantiene duttili, al sicuro da quelle rigidità che, in un modo o nell'altro, sempre caratterizzano gli scenari della patologia mentale.
  • Un'elevata capacità di tollerare la propria incoerenza, la distanza fra il proprio sentire e l'agire, fra quello che si ritiene “giusto” e le proprie scelte; le scelte che mettono in crisi quelle

persone di notevole sensibilità, che hanno appreso sin da bambini a ‘sentire' l'ambiente intorno a loro con una vividezza fuori del comune e, avendo interiorizzato tutto questo, vorrebbero dare una risposta e una soluzione al disagio per vivere meglio. Ma spesso la soluzione implica delle scelte difficile, e il disagio si struttura, si fissa nella personalità [3].

  • Una raffinata capacità di costruirsi alibi (giustificazioni importanti e gravide o piccoli pretesti quotidiani); meccanismo specifico, straordinario nella sua efficacia, atto a mantenere il più alto possibile l'ideale di sé, qualora la cosa che facciamo o che abbiamo fatto si ponga in contrasto con istanze interne le cui ragioni, almeno in parte, condividiamo; un meccanismo che pare fondamentale nella costruzione della personalità, troppo spesso, a nostro avviso, non adeguatamente considerato, almeno a livello di meccanismo mentale di sviluppo dell'identità. Un meccanismo raffinato ed efficiente, una sorta di anticorpo-laser, di antivirus efficientissimo e puntuale, dove il pericolo infettivo sarebbe costituito dall'insinuarsi del dubbio sulla coerenza del sistema egoideale. Saremmo in grado di riportare numerosi esempi dell'azione puntuale, chirurgica, della reazione immediata ed efficace di tale meccanismo: ma siamo certi che ognuno, se solo prova a osservarsi per un po', a osservare i propri meccanismi di pensiero, non avrà difficoltà a coglierne molti che, quotidianamente, vanno proprio in questadirezione…
  • Disponibilità all'autoironia, intesa come capacità di relativizzare, di relativizzarsi, solo in apparenza in contrasto con l'alta immagine di sé sopra descritta, ché questa, come già evidenziato, non riguarda l'intera personalità, ma è limitata a certi precisi ambiti e parla di una perfezione specifica e circoscritta.
  • Un'insopprimibile inclinazione creativa, dove per creatività si deve intendere non solo la forza che genera opere eccelse, quanto una potenzialità comune ad ogni uomo, quella creatività “che appartiene al fatto di essere vivi” e che, sepolta e dimenticata, rende appunto “morti”…
  • Una buona dose di fortuna affettiva… (ché il sostegno affettivo dell'altro, chi può dire di esserselo meritato..?!): con qualcuno che ti accompagna nelle fasi più dure della vita, e non ti senti solo.

Terminato questo excursus intorno ai fattori che, in personalità sensibili e creative, paiono limitare l'insorgere di disagi e disturbi psicologici, ci accorgiamo che molti di essi hanno connotazioni quantomeno ambivalenti se non, talvolta, addirittura negative.

Le considerazioni al riguardo potrebbero essere tante: ne facciamo una, ponendola sotto forma di domanda: potrà l'introverso sopravvivere e porsi quale risorsa essenziale per la specie, senza attingere anche, per il suo bagaglio adattativo, a fonti scure e ambigue, torbide, impure?


Bibliografia
1. Ghezzani, N., ASIP, Disagio psichico e genetica, 2008.
2. Ghezzani, N., ASIP, Genio ed estraneità, 2008.
3. Cadeddu, G., ASIP, Intervista a Nicola Ghezzani, 2008.
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