Giudizio sociale, giudizio personale

di Franca Bruttini

Giudicare un comportamento o una persona da secoli è sempre stato oggetto di discussione sociale e scientifica. Immanuel Kant ha trattato in modo approfondito l'argomento nello scritto Critica del Giudizio, nel quale coniava il concetto di giudizio riflettente, ossia l'inevitabile condizionamento del giudizio personale da parte delle regole esterne:

Il termine riflettente vuole indicare che il soggetto non mette in opera il giudizio “determinante” (proprio della ragion pura) con cui conosceva gli oggetti tramite l'intelletto, ma “riflette” come uno specchio la realtà esterna dentro quella interiore [3].

Kant suddivideva i giudizi in tre macro-distinzioni:

  1. giudizio analitico a priori, dove la conoscenza è svincolata dall'esperienza (esempio “la neve è bianca” dove non viene espresso più di quello che universalmente si sa);
  2. giudizio sintetico a posteriori, dove viene espressa una valutazione personalizzata derivante dall'esperienza personale dell'individuo (esempio “la neve è bella”);
  3. giudizio sintetico a priori, che si ha quando intuizioni tecniche applicate, garantiscono il progresso alla scienza (esempio il giudizio matematico, dove arrivando ad un risultato si progredisce).

Detto questo, valutiamo l'esistenza di due classificazioni di massima, il giudizio consensuale (che Kant raccoglie sotto le categorie 1 e 3) e il giudizio soggettivo (categoria 2), per la quale dobbiamo tuttavia tenere conto che ogni valutazione soggettiva è influenzata da sistemi di valore già dati, per cui si può affermare che nessun giudizio è mai totalmente personale.

Il giudizio consensuale è un giudizio convenuto che si ha quando le opinioni scaturiscono da culture, da regole stabilite che direzionano il parere della collettività e tali giudizi vengono riconosciuti dalla maggioranza legittimi e generalmente inoppugnabili (assimilabile alla casistica del giudizio analitico a priori: “la neve è bianca” perché convenzionalmente quella tonalità di colore viene chiamata così). Per esempio possiamo pensare alla dottrina religiosa che stabilisce come principio fondamentale che nessuno può giudicare se non Dio, oppure alle leggi statali che conferiscono mandato ufficiale a taluni individui (giudice, esaminatore scolastico, dirigente d'azienda…) di valutare i fatti, con criteri tecnicamente stabiliti, per poi giudicarli. È palese, in questi casi, la tangibile presenza di parametri di confronto (buoni/cattivi comportamenti, compimento o meno di un reato…) che orientano la valutazione.

Nel caso di giudizio soggettivo, non è invece possibile trovare dei riferimenti razionali:

In senso generale il termine razionalismo indica tutte quelle dottrine che riconoscono nella realtà un principio intelligibile, la cui evidenza e conoscenza non è di tipo empirico cioè basata sull'esperienza'' [2]

perché tante possono essere le variabili da considerare e perché la personalizzazione del giudizio scaturisce da situazioni proprie dell'individuo, da paure, da vissuti che hanno condizionato la vita stessa (giudizio sintetico a posteriori: “la neve è bella per te, per me no”). In questo caso parliamo di giudizio che trova spazio, nello specifico, nel principio estetico kantiano:

Il giudizio estetico basato sul sentimento del bello è quello con cui noi percepiamo la bellezza e realizziamo l'accordo tra l'oggetto sensibile — ciò che percepiamo e su cui “riflettiamo” — e l'esigenza di libertà, ciò che noi liberamente sentiamo [3].

Quindi, il giudizio consensuale nasce da patrimoni di conoscenze generali e da convenzioni. Il nostro intelletto e la nostra capacità di critica possono trasformare tale giudizio in soggettivo il quale può essere espresso ed ambire a diventare “oggettivo”. Può esistere anche un'espressione spuria (“la neve è bella perché è bianca ma quando diventa grigia non è più bella”), quindi un'accettazione del giudizio consensuale ma un'altrettanta considerazione soggettiva.

Ogni individuo dispone di un archivio mentale dove sono catalogate le conoscenze e le informazioni che il nostro inconscio ha acquisito nelle varie fasi evolutive. Questa istanza interiore, appresa per identificazione e imitazione, ha incamerato dentro di noi giudizi sociali esterni, espressi dalle persone a noi care o necessarie, mediati e plasmati poi da codici sociali e da sistemi di valori.

È evidente quindi quanto sia determinante, nell'esternazione di un giudizio, l'influenza del super-io. In questa fase nasce l'auto-osservazione, la coscienza morale e la formazione degli ideali che, come detto, in noi forma il codice comportamentale, al quale cerchiamo in genere di attenerci scrupolosamente per soddisfare la nostra ricerca di tranquillità e gratificazione.

Ecco come Nicola Ghezzani definisce il super-io alla luce della psicoterapia dialettica:

La Psicoterapia dialettica ha definito il Super-io come una funzione sociale interiorizzata dall'individuo mediante imitazione e apprendimento il cui scopo è integrare quell'individuo al suo gruppo di appartenenza. In sostanza, il Super-io mentre da una parte consente la trasmissione degli stili di sopravvivenza di una società, dall'altra esercita un controllo morale sugli impulsi e le azioni dell'individuo al fine di tutelarlo da atti riprovevoli dalla collettività, percepibili come antisociali, rendendolo in tal modo compatibile col suo gruppo sociale [1].

Negli anni della maturazione personale, man mano che la struttura mentale acquisisce una propria autonomia di pensiero, l'individuo può dissociare l'Io (realtà interpretativa) dal Super-io (interiorizzazione dei giudizi sociali), in una diversificazione più o meno forte a seconda della propria sensibilità e capacità di riflessione.

È quindi in questo punto shock che l'individuo si accorge di essere in disaccordo con i criteri di base assimilati e iniziano per lui le prime crisi di identità, i conflitti di pensiero, i disagi tipici dell'iperdotato, che spesso manifesta con esternazioni di “ribellione” o al contrario con una riservatezza mentale tipica dell'introversione.

Il conformismo mimetico, imposto dal super-io, nella condizione psichica sana tende a fare spazio ad una individualità più genuina che consente di personalizzare il giudizio, il quale provoca inevitabilmente disarmonia e incomprensione tra l'individuo e la maggioranza sociale, in funzione del fatto che l'uno e l'altra seguono linee di pensiero diverse.

Tutti gli esseri umani per indole giudicano ma l'iperdotato psichico, avendo più ricettività empatica, ha anche maggiore capacità di analisi, quindi è più dotato quanto a “sentimento di giustizia”. È questa la combinazione che lo costringe ad una valutazione più profonda dei fatti e delle persone, “costrizione” questa che provoca la crisi di pensiero, tipica espressione di sofferenza interiore, che scaturisce anche dalla paura di sbagliare (ricerca del parametro di riferimento).

L'iperdotato ha la capacità di raccogliere più dati e sensazioni, quindi esprime giudizi meno superficiali rispetto ad un normodotato. Tale attitudine però in un certo senso lo “isola” perché lo rende anomalo rispetto al suo contesto sociale.

Spesso il disagio psichico è una conseguenza logica dell'emarginazione di pensiero che l'iperdotato subisce. In alcuni iperdotati ciò provoca sentimenti di rabbia e di ribellione, cosa che li fa avvertire sovente come vittime della carenza intellettiva altrui, provocando ribellioni e rabbie intestine. In altri invece, forse più fragili, questa forma di mobbing psichico può provocare il totale annullamento dell'estroversione e il crollo dell'autostima.


Bibliografia
1. Ghezzani N., Autoterapia, Franco Angeli, Milano, 2005.
2. Valtolina T., Feyerabend e il caso Galileo - Glossario, voce Razionalità (sic), consultato a novembre 2008.
3. Wikipedia, voce Critica del giudizio, consultata a novembre 2008.
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