Creatività e guarigione dell'io

di Nicola Ghezzani

L'io alienato è un io falso

Chi soffre di disturbi psicologici vive un'esperienza che non sempre è agevole ricondurre al senso comune e alla ragione ordinaria. Egli sperimenta sintomi poco o punto comprensibili: coercizione ossessiva a ripetere riti in apparenza irragionevoli, angoscia di non essere “davvero” se stessi, paura di fronte a spazi aperti o chiusi, terrore irrazionale di avere malattie o di stare per morire ecc.; oppure sentimenti dolorosi, talvolta catastrofici: la sensazione depressiva di essere delle nullità o dei falliti, di vivere in un mondo mostruoso, di aver commesso colpe imperdonabili, di essere giudicati in modo negativo dagli altri…

Per me che giornalmente svolgo l'attività di psicoterapeuta non è sempre facile far comprendere ai miei pazienti che la sofferenza psicologica — pur in apparenza così complessa — deriva da qualcosa di molto, molto semplice: deriva cioè dal fatto che l'io è coinvolto in menzogne che gli inibiscono la possibilità di esprimere desideri e bisogni autentici, che lo facciano sentire vivo e reale e perciò onesto con se stesso. Non è facile far comprendere che l'identità può essere alienata, cioè falsa, forzosamente adattata a modelli di vita inadeguati ai più profondi bisogni personali; e che la sua identità può di conseguenza scindersi in un parte mimetizzata col mondo sociale e un'altra ribelle e conflittuale, causa di infiniti disturbi sia mentali che psicosomatici.

Il grado di falsità dell'io può essere estremo ed essere talmente radicato nella coscienza da sfuggire ad ogni attività autoriflessiva. In questi casi, nei quali la falsificazione di sé è una dinamica condannata a restare inconscia, è solo la sofferenza psichica ad attestare e dimostrare che l'io non è in pace con se stesso, che si tormenta per qualcosa che gli sfugge.

L'individuo affetto da una sofferenza psichica è permeato di condizionamenti ambientali assorbiti sin dalla più tenera infanzia e mutuati dagli affetti più intimi e necessari; in più, egli si sente obbligato a non trasgredirli, pena una intollerabile sofferenza affettiva e psicosomatica (il ben noto senso di colpa). Un sistema di valori espresso in obblighi emotivi e comportamentali vincola io suo io ad essere e ad agire in un certo modo, piuttosto che in altri.

Nel corso dello sviluppo e della vita adulta questi condizionamenti possono divenire parassitari rispetto a bisogni e desideri più intimi e soggettivi, essi si pongono sempre più come contraddittori rispetto ai veri sentimenti, ma l'individuo che li ha interiorizzati non può modificarli né tanto meno liberarsene. Anzi, più avverte la loro crescente estraneità, più si costringe a subirli, difendendoli al prezzo della propria integrità morale, della propria salute, talvolta della propria vita. Se è vivace e provocatorio, si piega ad essere timido e passivo; se è coraggioso e indipendente, si lega a doppio nodo ad ogni affetto — anche il più avvilente — e finisce per diventare prima un bambino/adolescente dipendente poi un responsabile (e tormentato) uomo (o donna) di famiglia; se è originale e creativo, sceglie una sciatta e ordinaria vita da travet. O anche, al contrario, se è mite e affettuoso si costringe, per compiacere un super-io competitivo o maschilista, ad essere duro e anaffettivo, se è introverso e fantasioso si obbliga all'efficienza e al realismo pragmatico.

In ogni caso, se si contraddice in profondità, paga ogni sua nuova scelta, ogni rinnegamento di se stesso, con la produzione o l'aumento dei sintomi.

La creatività come antidoto alla mimesi conformistica

L'interpretazione che ho appena dato circa la sofferenza psichica, intesa come effetto di una profonda e invisibile mimesi conformistica, è necessaria per capire perché la creatività può rappresentare un formidabile fattore terapeutico.

La creatività risponde a un processo nella cui genesi non v'è nulla di armonico e innocuo: essa di fatto coincide con un processo di distruzione e ri-creazione degli oggetti mentali che prima di pervenire a una qualunque forma di armonia attraversa i più differenti e radicali stadi del caos.

Per poter creare una qualunque cosa un individuo deve essere in grado di:

  1. trasgredire le regole ordinarie dell'armonia;
  2. assistere con piacere alla disgregazione dell'ordine armonico pregresso;
  3. accettare la possibilità che dalla distruzione così avviata non sortisca nulla;
  4. immaginare un ordine armonico alternativo a quello pregresso;
  5. realizzare questo nuovo ordine attraverso un oggetto estetico personale;
  6. accettare di vivere le conseguenze (psicologiche e sociali) del proprio atto di distruzione creativa.

Per riuscire ad essere creativo, dunque, l'individuo deve saper promuovere in se stesso queste scomode e poco invidiabili caratteristiche:

  • la trasgressività
  • la distruttività
  • il nichilismo
  • l'immaginazione
  • la fattività
  • il coraggio morale, cioè l'eticità.

Come si vede, si tratta di attitudini mentali e qualità morali che mettono l'individuo nell'obbligo di dirsi la verità circa il bene e il bello, cioè nell'obbligo di dirsi la verità (per poi dirla agli altri) circa i bisogni umani secondo i quali gli sembra giusto e bello vivere. Alla fine del processo, nel momento in cui la verità maturata viene figurata e tras-figurata per essere comunicata agli altri, idealmente all'intera società, ci si assume l'onere delle conseguenze del proprio atto, che diviene così un atto morale. E nell'atto morale, etico, l'io si autentica e paga con la pericolosità insita nella sincerità il prezzo della propria guarigione.

L'arte non è tuttavia l'etica, e permette una specifica via d'uscita dalle durezze di questo obbligo morale: essa consente di dire la verità dietro il paludamento di una finzione, più o meno drammatica, ironica o paradossale. Pertanto e di conseguenza, l'arte è quella dimensione estetica nella quale le verità celate si svelano nel corso di un processo di rivelazione graduale, guidato dalla stessa opera d'arte, e al prezzo di una intima e più o meno sottile disarmonia che altera il perfetto godimento armonico.

Essere creativi significa, in sintesi, mettersi in una posizione non-conformista, dunque scomoda. Dal momento che l'ordine armonico pregresso (il “gusto” di un gruppo o di un'epoca) è vissuto da tutti coloro che lo condividono come il “bene comune” e come la “verità oggettiva”, è evidente che non si diventa artisti, o comunque persone creative, se non si desidera stare in un rapporto privilegiato con la sfida alla morale e alla verità correnti mediante la creazione di nuovi valori e nuove verità.

Un'esigenza di “pro-vocazione”, di dibattito culturale e di mutamento storico-sociale è dunque implicita in ogni persona creativa; un'esigenza che senza dubbio coinvolge quell'individuo nel rapporto che intrattiene con le regole sociali, ma solo nella misura in cui egli sia coinvolto, a maggior ragione e innanzitutto, in un rapporto veritiero con se stesso.

Liberata nelle sue caratteristiche, la creatività si rivela un fattore terapeutico decisivo. Se per creatività intendiamo l'impulso alla trasformazione e alla personalizzazione della vita, essa è il vero fattore terapeutico. Infatti, intesa come libera attività di trasformazione delle forme (affettive, psichiche e sociali), la creatività costituisce il nucleo vitale dell'io, quello stato centrale dinamico il cui fine essenziale è difendere la vita dell'io dalle contraffazioni esterne per consentirgli di crescere, maturare e prosperare.

Ancora sulle finalità dell'ASIP

L'ASIP nasce con varie finalità; una di queste coinvolge la creatività e consiste nel favorire l'esplosione delle nostre risorse immaginarie, fino a metterle alla prova della realtà oggettiva, ossia degli scambi sociali e culturali. Nello stesso tempo, nel far ciò, l'ASIP intende liberare e così mostrare il potenziale terapeutico (e autoterapeutico) insito in ciascuno di noi.

La psicoterapia, e in particolare la Psicodialettica (che per questo aspetto è tributaria sia dell'influsso psicoanalitico e psicodinamico che di quello antipsichiatrico ed esistenziale), agisce sulla soggettività liberando le substrutture eidetiche [1], le substrutture dell'io, ossia le identità virtuali che abitano la nostra soggettività in forme embrionali, più o meno rimosse, ed è perciò una procedura che implica l'uso della fantasia e della creazione immaginaria; allo stesso modo l'arteterapia come io la concepisco assume il dato che l'evocazione di fantasie più o meno consce e la loro integrazione nell'io elimina fattori scissivi e conflittuali patogenetici.

L'invito alla partecipazione alle attività dell'ASIP — a partire dalla lettura del sito e dalla testimonianza e la riflessione scritte — è qui evidente. Ciascuno, scorrendo il menù, potrà individuare i propri territori elettivi, da frequentare come fruitore, con

  • finalità conoscitive rispondendo a domande di questo tenore: che significa essere iperdotati nel cuore e nella mente? e perché proprio chi ha maggiore ricchezza interiore la vede spesso degradare in forme dolorose di miseria psicologica?
  • finalità “edoniche”, per trarre dalla conoscenza un piacere personale;
  • finalità esistenziali, relative a un bisogno di conoscere/conoscersi, migliorarsi, trasformarsi;
  • finalità professionali, allo scopo di trarne spunti per la propria attività o magari per scoprire una “risorsa” (un autore, un lavoro ben fatto…) da utilizzare nella propria vita lavorativa;
  • ma potrà anche — se lo vorrà — essere attore del sito e partecipare alla sua vita coi propri lavori, da inserire nelle varie categorie, sperimentando in tal modo il potenziale di creazione, condivisione e guarigione insito nella riflessione e nella creatività intese come psiche oggettivata e partecipata in pubblico, al servizio della maturazione collettiva.

Bibliografia
1. Ghezzani, N., Iolanda. Percorsi dell'anima prigioniera, Gli Argonauti XXI 82: 235-259, 1999.
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