Genio ed estraneità

di Nicola Ghezzani

Genio e sregolatezza?

C'è una formula stantia che abbina il genio alla sregolatezza. Si dice — o si lascia dedurre come cosa ovvia e conseguente — che chi è molto, troppo dotato su un piano intellettivo è altresì anormale — non può non esserlo — sul piano emotivo, forse anche sul piano mentale, quindi incapace di adattarsi al mondo. Questo vieto pregiudizio si basa su due impostazioni ideologiche diverse nelle formulazioni, ma identiche negli effetti.

Per la prima, di impronta medico-positivistica, nata nell'ottocento, ma tornata in auge con la “nuova psichiatria” biologica, il talento e il genio possono talora sortire proprio dalla bizzarria e dalla sregolatezza di una anormalità cerebrale innata (oggi si parla con leggerezza di anormalità del DNA personale). In tal senso, il genio ha scarso rapporto con la realtà del mondo a lui circostante; più che altro, la sua singolarità va interpretata come nulla più che una variazione, relativamente fortunata, di un problema medico. Siamo, come si vede, nel più bieco medicalismo.

Secondo l'altra ideologia, questa volta di marca psicologica, il soggetto iperdotato è portato per carattere a sentirsi straniero nell'ambiente circostante, a rifiutare il mondo intero e a fare una vita ora vittimistica e depressa, ora ribelle, eccentrica, maledetta; quindi, in entrambi i casi, autodistruttiva. Secondo questa visione del problema, la vita del genio, non di rado sfortunata, viene letta per intero in rapporto alla sua psicologia: viene data enfasi alla sua singolarità presa in se stessa, avulsa — ancora una volta — dal contesto socio-storico nel quale vive. Ma isolando la persona dal contesto, la psicologia prende una cantonata: chiusa nel recinto di una rigida individualizzazione, essa scade nello psicologismo.

La vita degli individui che hanno prodotto creazioni culturali cui si attribuisce — col senno di poi — la statura del genio può essere letta in modi affatto diversi. Si può vedere la loro vicenda come causata e quindi “voluta” — per fatalità biologica o psicologica — da loro stessi; o si può osservare in che modo il mondo circostante abbia interagito con loro e, quindi, mettere nel fuoco dell'analisi le interazioni circolari, dialettiche, che si sono verificate fra soggetto e mondo.

Se assumiamo questo diverso punto di vista, siamo in grado di notare che in tutti i casi degni di attenzione il mondo sociale circostante ha interagito in modo tale da generare nell'animo dell'individuo di talento la sensazione del rifiuto. Molte volte questa sensazione di rifiuto è dereale, perché essa deriva non da una attiva volontà sociale, bensì dal semplice stato delle cose: il mondo di appartenenza può essere inadeguato, quindi estraneo, alle qualità emotive, affettive, intellettive, morali dell'individuo di talento. Non poche volte, tuttavia, la sensazione di rifiuto coglie una realtà sostanziale, a un punto tale che l'individuo iperdotato è talvolta fatto oggetto di un disdegno morale (o, piuttosto, moralista) subdolo e insidioso o anche chiaro e manifesto; in taluni casi, non rari, egli è fatto persino oggetto di una condanna religiosa e/o giuridica diretta e attiva.

Infatti, è spesso in conseguenza di questa condanna (non di rado, come dicevamo, oggettivata da atti giudiziali che confermano un processo già avvenuto, spesso precocemente, a livello sociale e psicologico) che quel personaggio ha preso a vivere nascosto, come a evitare il colpo, o da maledetto, di fatto ratificando una condanna in virtù di risposte elusive e deluse, risentite, rabbiose, ribelli. Spesso in conseguenza di quella condanna egli si è caduto nella depressione e si è autoinvalidato; talvolta si è rovinato socialmente; altre volte è giunto al suicidio. Non è stato il suo genio a portarlo alla distruzione; è stato da una parte il cattivo rapporto delle “istituzioni” (in senso lato) nei suoi confronti e, dall'altra, la sua confusa reazione disadattiva.

Cadaveri eccellenti

Facciamo qualche esempio di questi “cadaveri eccellenti”, individui di talento la cui vita è stata meno fortunata di quanto avrebbe potuto essere.

Leonardo da Vinci venne visto in età giovanile come possibile fonte di reddito da parte del padre (di cui era figlio “naturale”, cioè bastardo). In età adolescenziale venne denigrato e forse anche diffamato attraverso un processo per reati sessuali. Ormai artista maturo, venne disdegnato e deriso come ingegnere da tutte le corti d'Italia. Per contro, venne utilizzato come musico e cantante, animatore e artigiano di fuochi d'artificio per feste alla corte di signori. Non di meno, indomito indagatore e sperimentatore, rischiò il processo e la possibile condanna a morte per eresia e stregoneria in relazione ai suoi studi di anatomia. Deluso dall'umanità — come segnalano varie annotazioni “morali” sui suoi Codici — per tutta la vita si nascose, appuntando i suoi studi in scrittura “cifrata” su un numero infinito di pagine preziose rimaste segrete; infine, morì in Francia, non trovando in Italia una corte disposta ad accoglierlo con onore.

Baruch Spinoza venne tacciato di eresia e rischiò la condanna a morte. Scrisse e pubblicò una sola opera in perfetto anonimato, poi delle successive la maggior parte le lasciò inedite; visse in un piccolo e modesto appartamento in Olanda, aborrito dagli ebrei — la cui religione egli aveva ripudiato — e tollerato appena dai cristiani.

Renée Descartes (Renato Cartesio), anch'egli tenuto in sospetto dall'Inquisizione, preferì lasciare la Francia e andare a vivere prima in Olanda poi in Svezia, dove, causa i rigori del clima, morì ancora giovane. Sia Leonardo che Spinoza e Cartesio son oggi riconosciuti come antesignano dell'uomo moderno, libero di indagare e di pensare anche contro i dogmi correnti. Erano in anticipo sul mondo storico di alcuni secoli.

Tra i moderni, ne cito tre a caso: Oscar Wilde, Vincent van Gogh, Egon Schiele.

Oscar Wilde, figlio di una ricca e conosciuta famiglia dublinese (il padre era un noto medico oftalmologo), si distinse sin da giovane per atteggiamenti irriverenti e derisori nei confronti della morale e, soprattutto, della religione tradizionale (cosa che per la cattolicissima Dublino era da considerarsi una colpa incancellabile, come dovettero sperimentare in seguito anche James Joyce e Samuel Beckett). Omosessuale dichiarato (non ne fece mai un gran mistero, vivendo in modo esplicito la sua originalità in atteggiamenti e pose dandy), ormai maturo, sposato e padre di due figli, venne processato e condannato per una sua relazione omosessuale con un giovane dell'aristocrazia inglese. L'omosessualità era a quell'epoca, sia in Inghilterra che in Irlanda, un reato, ma Wilde sarebbe stato indagato e condannato se avesse tenuto un comportamento meno eccentrico e provocatorio e avesse avuto contatti con un qualunque “amante” popolano? Il processo e la condanna a due anni di lavori forzati gli costarono la rovina economia e psicologica, a un punto tale che, in fin di vita, si convertì all'odiato cattolicesimo.

Vincent van Gogh, visse in un ambiente familiare di stretta osservanza religiosa (il padre era un pastore calvinista), sviluppando a sua volta un intenso spirito religioso, tanto da esitare in gioventù fra vocazione pastorale e arte. Per alcuni anni visse un'attività pastorale ai limite dell'ascesi mistica, dedicandosi a poveri e feriti di guerra. Vincent si confronta da subito, dunque, con la sofferenza dei malati e dei ceti umili — che dipinge nei primi quadri — e per restar fedele allo spirito cristiano deve reprimere la sua natura turbata, indignata, ribelle e passionale. Questa natura tuttavia riemerge e si esprime nella violenza “fauve” (selvaggia) dei colori che si sprigionano dalla tavolozza dei suoi nuovi quadri, quelli più famosi, della maturità. Il contrasto fra la sua natura empatica, emotiva carica di istanze umanitarie e passionali e l'ambiente piccolo-borghese nel quale è costretto a vivere è tormentoso. In anni e anni di frenetico lavoro riesce a vendere un solo quadro; per reazione diviene un alcolista abituale: si sente ovunque rifiutato. L'angoscia del rifiuto è in van Gogh da sempre molto acuta, tanto da vivere con gravi crisi depressive le sconfitte sentimentali che accompagnano la sua vita. Ma il rifiuto più grave è quello da parte della società. A parte la breve e drammatica amicizia con Gauguin, egli ha, nel biennio 1886-88, sporadiche frequentazioni con gli artisti dell'epoca, ma di fatto non stringe una vera amicizia con nessuno e conduce una vita solitaria. Ignorato dagli acquirenti che non capiscono la sua visione geniale, scivola sempre più nello stereotipo del fallito. Precipita nella follia e infine, con un colpo di pistola al cuore, si suicida: aveva appena compiuto trentasette anni.

Egon Schiele fu un giovane sensibile e inquieto. Raffinato pittore di ritratti e di soggetti umani, ruppe, sin da giovanissimo, con la tradizione pittorica locale, rappresentata dall'Accademia di Belle Arti di Vienna. Coevo sia di Wilde che di van Gogh, distrusse a colpi di pennello la retorica dell'arte “bella” per far emergere, in chiave espressionistica, il fondo cupo, disperato, contorto, corrotto e decadente dell'umanità europea degli inizi del novecento. Inizialmente denigrato per il suo stile duro e aspro, pregno di una magnetica analisi psicologica, raggiunse il successo in pochi anni grazie all'aiuto dell'amico Gustav Klimt. Non di meno, fu penalizzato per la coerenza dell'opera con la vita privata. Già allontanato dalla cittadinanza di un paesino agreste perché unito alla sua compagna more uxorio, senza matrimonio, venne infine incarcerato e processato a Vienna sulla base di una grave accusa, poi decaduta in sede processuale: aver avuto rapporti sessuali con una minorenne, la quale in effetti era divenuta sua moglie. Assolto dall'accusa infamante, fu tuttavia condannato per pornografia, avendo ritratto (solo ritratto), più o meno svestite, ragazze considerate “troppo giovani”. Sopravvisse alla condanna e alla pubblica esecrazione, ma non alla febbre spagnola, che lo uccise nel 1918, a soli ventotto anni.

Esempi molto forti e stringenti: sia Wilde che van Gogh che Schiele sarebbero oggi considerati precursori di nuovi stili di pensiero e di una morale più aperta e tollerante.

Più che di genio e sregolatezza dovremmo allora parlare di genio ed estraneità, una estraneità indotta dalla relazione fra il mondo sociale e la personalità ricca e dotata. La persona dotata non di rado compie l'“errore” di attendersi una palingenesi del mondo, sulla base della sua acuta sensibilità delle sue disarmonie; ed è questa attesa che lo pone in una posizione vocazionale, rivendicativa, talvolta provocatoria, che accentua il rifiuto da parte del mondo, generando così un circuito chiuso di rivolta e di condanna (e di autocondanna) che raggiunge sovente gli esiti più drammatici.

Ancora oggi il talento e il genio sono visti con sospetto, piuttosto che come doni di cui la società potrebbe avvalersi per migliorare se stessa. Se non li si comprende quando sono giovani e non danno un profitto immediato all'età giusta, semplicemente li si scarta. D'altra parte, è probabilmente proprio il potenziale di originalità, creativo e trasformativo, incarnato dalla mente originale ciò che porta l'istituzione ad avvertire e manifestare diffidenza, insofferenza, riprovazione, condanna.

L'idea dell'ASIP al riguardo

L'idea che mi ha spinto a fondare l'ASIP è, dunque, tanto semplice quanto “presuntuosa”. Possiamo individuare persone sensibili, empatiche, intelligenti, creative, di talento e — perché no? — geniali fra i tanti che soffrono di sindromi disadattive e psicopatologiche e che non hanno avuto dalla vita pressoché altra forma di espressione che il ritiro o la sofferenza? E se li individuiamo (cosa non troppo difficile dal punto di vista della nostra teoria, che vede nel disagio psichico la distorsione di qualità originarie) come possiamo “estrarre il male” insinuato nella loro psiche (riallineare il soggetto con se stesso e con almeno una parte del mondo esterno) e, infine, ridare vigore alla parte sana e creativa della loro personalità riportando così la persona alla sua vocazione originaria?

Ebbene i modi ci sono e sono molteplici. L'importante è metterli ora in opera intorno a questa iniziativa, creando quell'ambiente giusto, quella compliance, mancata nella loro vita. Quindi, essere empatici e solidali, studiare e capire, interpretare, guarire, lavorare insieme, creare reti e circuiti virtuosi (social networks) all'interno dei quali le persone “nevrotizzate” dalla loro diversità — noi stessi, in fondo, tutti noi che leggiamo queste righe — possano trovare amicizia e professionalità: intelligenza, ascolto, attenzione, comprensione, interpretazione, prassi attive e, infine, una nuova apertura sul mondo.

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